Heri dicebamus 


Un bilancio critico, dall’interno e dall’esterno, della storia politica dei radicali e di Marco Pannella nell’Italia dell’ultimo mezzo secolo. E una proposta rivolta ai radicali del 2016.

Conferenza stampa Hotel Jolly 1976

di Giulio Ercolessi

Una stagione remota di successi memorabili

Per entrare stabilmente da protagonista e da grande leader liberale nella storia dell’Italia repubblicana, a Marco Pannella sarebbe bastato il suo “decennio magico”, come credo possa essere definito quello grosso modo compreso fra il 1966 e il 1976: fra l’inizio della battaglia per l’introduzione del divorzio in Italia e l’ingresso in Parlamento, prima forza politica nazionale a entrarvi nella storia della Repubblica che non fosse nata da scissioni di gruppi parlamentari preesistenti.

In quel decennio, un gruppo che pure non era ancora rappresentato in nessun consesso elettivo introdusse per primo nel sistema politico italiano gli strumenti di intervento indiretto tipici dei “gruppi di pressione” democratici che già esistevano da tempo in democrazie più consolidate, colse di sorpresa gli attori politici istituzionali, e riuscì a ottenere l’approvazione della legge sul divorzio nel 1970 – per la prima volta nella storia della Repubblica la DC veniva messa in minoranza su un importante testo legislativo – ; e poi a provocare l’approvazione della legge sull’obiezione di coscienza nel 1972 e il progressivo ampliamento del suo perimetro di applicazione (ottenuto attraverso una pluriennale guerriglia giudiziaria radicale davanti ai tribunali militari, ordinari e amministrativi e davanti alla Corte costituzionale); a sventare il tentativo di abrogare in Parlamento la legge sul divorzio, che avrebbe impedito il trionfo referendario nel 1974 (la temuta “lacerazione” del paese secondo i fautori del “compromesso storico”); a determinare la depenalizzazione dell’aborto nel 1975; a strappare l’attribuzione di tempi televisivi rigorosamente paritari a tutte le liste concorrenti alle elezioni politiche nel 1976.

Chi come me ha vissuto questa storia dall’interno può ben testimoniare che ciascuno di questi risultati è stato la diretta e pressoché esclusiva conseguenza dell’iniziativa politica radicale. Che certo si avvaleva anche della sua capacità di orientare e condizionare segmenti della classe politica laica (e, nel caso dell’obiezione di coscienza, anche cattolica), ma nessuno di quei segmenti di ceto politico, anche quando erano consentanei, aveva mai avuto, né avrebbe avuto senza i radicali, la capacità e la volontà di imporre tali questioni all’ordine del giorno dell’agenda politica italiana.

Quel Partito radicale, così visibilmente diverso da tutti gli altri, non esibiva affatto, a quell’epoca, il culto della propria incommensurabile “alterità”.

Eppure, accanto a quei tangibili risultati legislativi, il Partito radicale di quegli anni era anche il solo soggetto della politica italiana a far propri temi che sarebbero diventati decisivi per la crescita civile del paese negli anni e nei decenni successivi. Temi la cui apparizione nel dibattito politico italiano viene spesso fatta risalire al movimento del ’68, il quale vi era stato invece del tutto estraneo. Fu un’iniziativa radicale la nascita del Movimento di Liberazione della Donna, il primo movimento femminista italiano (altra cosa rispetto ai tradizionali movimenti emancipazionistici della sinistra tradizionale) che fosse attivo nella sfera politica e pubblica, anziché esaurirsi in sedute di “autocoscienza”; così come furono all’inizio – e per anni – solo i radicali a sostenere il primo movimento omosessuale italiano, il Fuori, la cui federazione al Partito radicale, non molto dopo la sua nascita, coincise con il suo abbandono dell’iniziale caratterizzazione di sinistra assai tradizionale ed essenzialmente marxista come quella di gran parte dei movimenti “alternativi” di quegli anni; anche le tematiche ambientali ebbero per protagonista politico il Partito radicale ben prima della nascita dei Verdi in Italia. E, ancora, i radicali erano allora il solo gruppo politico a fare della laicità, in senso forte, anticoncordatario, un elemento caratterizzante della propria fisionomia politica, facendo proprie tutte le battaglie conseguenti nel campo dei diritti civili e delle libertà individuali, all’insegna di un esplicito e rivendicato “anticlericalismo”, ma anche in sintonia e in collaborazione con le minoranze religiose, soprattutto con il mondo protestante e con importanti settori del “dissenso cattolico” postconciliare.

Non erano invece ancora isolati, all’epoca, i radicali, nella battaglia garantista: magari perché si trovava ancora spesso a dover difendere in giudizio i propri militanti e dirigenti, spesso ancora discriminati, fino all’inizio degli anni Settanta la sinistra tradizionale coltivava ancora l’antica tradizione socialista di difesa dei diritti degli imputati nel processo penale. Nel 1971 furono così i radicali che aderirono al referendum promosso dalla neonata Magistratura Democratica per l’abrogazione delle norme fasciste del Codice penale – a cominciare dai delitti d’opinione, incluso, con coerenza, il delitto di vilipendio della Resistenza – iniziativa stroncata dal PCI con un editoriale dell’Unità quando era sul punto di raggiungere l’obiettivo della convocazione del referendum. Ma i radicali sarebbero invece rimasti, in tutti i decenni successivi, i soli sostenitori coerenti e intransigenti delle ragioni del garantismo penale.

Era, in sostanza, quel Partito radicale, il partito dei diritti civili e delle libertà individuali, del culto della legalità istituzionale, della laicità e della modernizzazione civile, in un’Italia il cui sistema politico appariva imbalsamato, cristallizzato negli equilibri definiti nell’immediato dopoguerra, incapace di cogliere i profondi mutamenti culturali indotti dalle altrettanto profonde trasformazioni socioeconomiche e demografiche intervenute nell’ultimo quarto di secolo; e incapace, addirittura, di adeguare pienamente ai principi stabiliti da una Costituzione che aveva già più di vent’anni un ordinamento giuridico ancora gravato da molte persistenti caratteristiche introdotte dal regime fascista.

Questo, credo, rimarrà il lascito più duraturo della lunga vita politica di Marco Pannella, quello di cui l’Italia laica e liberale gli resterà riconoscente per sempre.

Un inizio sorprendente e temerario

Non era sempre stato così riconoscibile, però, il Partito radicale ereditato dal gruppo dei “nuovi radicali”, succeduto nel 1963 al gruppo storico del “Mondo” di Mario Pannunzio. Prima di trovare una propria strada, la strada del tutto disertata dal resto della classe politica, delle battaglie laiche, a cominciare dal divorzio; prima di incontrare nel settimanale ABC (una pubblicazione semipornografica per gli standard dell’epoca) un potente veicolo di contatto con i “fuori legge del matrimonio” e farne, con la LID (la Lega per il Divorzio), un movimento di massa: prima di diventare, essenzialmente, il partito dei diritti civili, si potrebbe dire, a posteriori, che i “nuovi radicali” si fossero mossi un po’ a tentoni, in una fase precedente, all’incirca fra il ’63 e il ’67. A tentoni, e facendo di tutto, prioritariamente, per emanciparsi e smarcarsi dall’eredità dei padri del “Mondo”, eredità che soltanto un decennio dopo avrebbero ripreso ad amare e a rivendicare come propria. Sola eccezione, fra i radicali storici, a entrare abbastanza presto in sintonia con i “nuovi radicali” nell’ultima fase della sua vita, era stato Ernesto Rossi, la cui rottura con Mario Pannunzio aveva segnato la fine del vecchio Partito radicale.

Di quel breve periodo non è rimasta quasi traccia, anche perché quel partito ereditato dai “nuovi radicali” era soggettivamente quasi inesistente. Anche quando, nell’estate del 1971, dimettendomi da vicesegretario provinciale della Gioventù Liberale del PLI, mi ci iscrissi io a diciott’anni, le sue dimensioni erano ancora lillipuziane, nonostante la LID e nonostante l’enorme successo politico riportato con l’approvazione della legge sul divorzio. Il PR era poco più di un gruppo di amici romani, composto da circa trecento iscritti, quattordici soltanto nell’intera Italia settentrionale, e due (due!) nell’Italia meridionale; oltre che a Roma, soltanto una sede a Cuneo e una a Reggio Emilia (i milanesi avevano quasi tutti abbandonato il partito perché il “centro” non aveva approvato la partecipazione di una lista del PR alle elezioni comunali): la terza sede al Nord fu quella di Trieste, che fino ad allora aveva ospitato un giornaletto locale della sinistra del PLI.

I primissimi anni, quelli dimenticati, fra il ’63 e il ’66, erano stati, dunque, per i “nuovi radicali”, anni di ribellione “edipica” nei confronti del “Mondo”, anni la cui scoperta fu per me, qualche tempo dopo la mia iscrizione, un’assoluta (e quasi incomprensibile) sorpresa, come lo fu per molti – soprattutto per i molti iscritti di formazione liberale, laica o liberaldemocratica – che arrivarono dopo di me, a partire dalla campagna per i “mille iscritti o scioglimento” del 1972.

È significativo, ad esempio, il modo in cui veniva argomentato l’antimilitarismo dei radicali, tema forte di quegli anni. Per i liberalradicali come me quel che contava erano soprattutto le inammissibili limitazioni e violazioni delle libertà individuali imposte indiscriminatamente ai giovani soggetti alla coscrizione forzata allora vigente, e per di più in istituzioni militari profondamente autoritarie e del tutto impermeabili ai principi della democrazia costituzionale, limitazioni e violazioni che per noi rappresentavano nient’altro che una scandalosa “pena senza delitto”. Quella sconosciuta storia precedente dei “nuovi radicali” rivelava invece l’origine delle argomentazioni che ancora si accompagnavano alle iniziative antimilitariste radicali: un’origine “pacifista” in senso alquanto tradizionale, neutralista e alle origini anche esplicitamente antiamericana e antiatlantica, analoga, almeno nella forma, a posizioni diffuse nella sinistra italiana ed europea degli anni Cinquanta e Sessanta, che solo in seguito si sarebbero evolute, nella narrazione di Pannella, in un’ideologia nonviolenta e gandhiana, dalle assonanze addirittura buddiste. All’epoca, le mie proposte di accentuazioni diverse venivano tacciate di “psicologismo” dai radicali più impegnati su quel fronte (in genere si trattava soprattutto di quelli provenienti o vicini ai gruppi della sinistra extraparlamentare o al dissenso cattolico, mentre i radicali maggiormente impegnati delle battaglie laiche e laiciste come me erano per lo più quelli che continuavano a provenire dalle file delle organizzazioni giovanili del PLI e del PRI).

Un percorso accidentato

Quando, dopo molti anni e decenni, Pannella rivendicava ancora, in contrapposizione a una politica fondata su una qualunque “teoria politica”, la lunga e concreta “teoria di fatti” che aveva caratterizzato la storia del Partito radicale, evocava certamente un elemento – quello di un certo esibito antiintellettualismo – di quella lontana fase della storia del partito, un elemento che era parte anch’esso della ribellione “edipica” contro il gruppo del “Mondo”. Ma non avrebbe potuto neppure fare altro, per avvalorare una qualche linea di continuità fra le numerose reincarnazioni che il Partito radicale aveva attraversato. A cominciare dal misconosciuto partito di quegli anni lontani dei primordi, che, benché il suo gruppo dirigente fosse composto quasi per intero da ex liberali già iscritti al PLI, aveva adottato come stella polare l’”unità socialista della sinistra” (e aveva come principale interlocutore il PCI, appena poststalinista, di quei primi anni Sessanta: “l’alleanza dei cretini”, secondo uno sferzante editoriale del “Mondo” di qualche anno prima: un gobettismo fuori tempo massimo, e a natura del comunismo ormai ampiamente conoscibile e conosciuta), e stipulava semmai intese elettorali per le elezioni amministrative con il PSIUP, il partito dei socialisti massimalisti; per continuare poi nel “mio” partito laico e libertario dei diritti civili successivamente emerso con il divorzio, l’obiezione di coscienza e l’aborto degli anni successivi, il partito, anche, dei movimenti gay e femministi, il partito in sintonia, molto più di qualunque altra forza politica, con un forte bisogno di modernizzazione della società italiana; successivamente, a metà degli anni Settanta, in quello della “Rosa nel pugno” mitterrandiana, il partito di un Pannella ancora e più che mai profondamente francofilo, a tratti davvero francomane, che pensava se stesso nei panni di un Michel Rocard italiano, lievito di un’alternativa unitaria di una sinistra di governo, ma ora a guida socialista anziché comunista, e contrapposto alla strategia berlingueriana e morotea del “compromesso storico”; poi l’abbandono della mitizzazione della “sinistra” alla fine di quel decennio, e però anche l’improvvisa conversione del focus delle priorità radicali, “dai diritti civili alla fame nel mondo”, quando per qualche anno il partito, già anticlericale, seguì il suo capo, ormai indiscusso, e forse nel mezzo di una delle sue ricorrenti fasi di personale ricerca religiosa (quasi sempre soprattutto religioso-cattolica), nella rincorsa all’alleanza planetaria con il Papa polacco, per cercare di coinvolgerlo in una strategia di lotta contro la fame, fondata sostanzialmente su aiuti finanziari che avrebbero dovuto essere elargiti dai paesi del Nord del mondo (nessuna prefigurazione, allora, dell’imminente processo di globalizzazione e liberalizzazione dei commerci, e della soppressione delle barriere tariffarie, come leva principale dello sviluppo; e addirittura nessun accenno alla necessità di una politica non autoritaria di controllo delle nascite fondata sui diritti all’autodeterminazione riproduttiva delle donne); poi, ancora, il cambio radicale di riferimenti geopolitici ideali, dalla Francia – ed essenzialmente dalla sinistra francese – fino a quel momento, agli occhi di Pannella, faro di ogni libertà e matrice di ogni idea innovativa, ai paesi che egli, con un significativo francesismo, ha sempre chiamato, come faceva l’antica cultura italiana, “anglosassoni” (quando “anglosassone”, in inglese, è solo la cultura e la lingua della popolazione che abitava l’Inghilterra prima dell’invasione normanna dell’XI secolo: prima, cioè, della conseguente nascita del popolo e della lingua inglese): e quindi l’improvvisa scoperta dell’uninominale secca prima, apoditticamente assunta a sola possibile chiave di volta di ogni vera democrazia, e del liberismo friedmaniano poi.

E i radicali divennero liberisti. L’economia era stata in precedenza per Pannella e per il suo partito solo un ambito narrativo dove evocare vagamente modelli di socialismo utopistico e “autogestionario”, non burocratici e nelle intenzioni non autoritari, ma decisamente alternativi al capitalismo: fino al punto di prendere sul serio le elucubrazioni francesi della CFDT ai tempi dell’occupazione della “Lip” (la fabbrica di orologi che aveva continuato la produzione nello stabilimento per mesi occupato dagli operai) e perfino – ne sono personalmente testimone – quella finzione di regime che fu l’“autogestione socialista” nella Yugoslavia di Tito.

Io, che come molti altri avevo raggiunto i radicali precisamente a motivo della politica dei diritti civili e delle battaglie laiche, avevo sempre nutrito parecchio fastidio per queste elucubrazioni, che però consideravo del tutto innocue e marginali, anche perché mai – proprio mai – tradottesi in iniziative o battaglie politiche concrete di qualsiasi sorta. Come molti liberali progressisti all’epoca – io ero certamente di quell’avviso ancora verso la fine della mia vita politica radicale all’inizio degli anni Ottanta – ero d’altra parte del tutto convinto che, semplicemente, come proprio l’esperienza socialista francese stava dimostrando, non fossero possibili in Occidente politiche economiche fortemente divergenti da quelle dei principali partner commerciali e dai fondamenti della costituzione economica stabilitasi dopo la guerra in Occidente, e in particolare nell’Europa occidentale, e garantiti dagli equilibri internazionali e dai processi di integrazione europea: in nessun caso, comunque, ritenevo possibili politiche economiche tali da poter mettere davvero in questione per quella via i fondamenti della democrazia liberale. Gli equilibri internazionali esistenti, e almeno le linee di fondo dei sistemi politici ed economici, sembravano fino al 1989 immutabili se non attraverso una guerra nucleare annientatrice. Il problema della sostenibilità finanziaria e demografica del welfare non era stato posto all’ordine del giorno fino ad allora né da noi né da alcun gruppo politico italiano di grande rilievo. Certamente sottovalutavamo le conseguenze dell’accumulo del debito pubblico da parte della classe politica. Caso mai, era la corruzione che piuttosto ci sembrava, già allora – almeno fin dall’epoca del primo scandalo petroli dei primi anni Settanta – problema non solo politico ma anche economico di prima grandezza.

Già da tempo uscito dal partito, ricordo, quindi, di avere ascoltato tra l’incredulo e il divertito l’entusiasmo da veri neofiti con cui i radicali si erano quasi tutti gettati a capofitto nel nuovo corso radicalmente liberista.

Fra partito e comitato di sostegno

Tornando invece ai tempi della mia decennale militanza nel PR, un anno dopo il primo ingresso dei radicali in Parlamento, nel 1977 al congresso di Bologna, avevo fatto parte di una corposa e agguerrita minoranza del gruppo dirigente – circa un terzo del partito al congresso, nonostante il ritiro della mozione finale – che, oltre a subire con crescente fastidio l’incomprensibile simpatia “esistenziale” di Pannella per alcuni gruppi della sinistra extraparlamentare, auspicava l’evoluzione del PR in una forza politica più strutturata e non affidata soltanto, nella sostanza, all’imprevedibile inventiva del leader, e all’entusiastica esecuzione ed imposizione “muscolare” della linea da parte di volonterosi sub-leaders (quasi tutti destinati a finire prima o poi vittime a loro volta di altri sub-leaders a loro succeduti). Va però anche detto che inizialmente era stato proprio Pannella, resistendo alla sua stessa natura, e considerandolo contraddittorio con le politiche libertarie del partito, che aveva fatto di tutto per sopprimere, o almeno contenere, o almeno occultare, l’evidente progressivo emergere della propria leadership prettamente carismatica: fino al 1974, cioè proprio fino all’anno della mia segreteria, una segreteria significativamente collegiale, che di quello sforzo di self-restraint di Pannella fu probabilmente una delle ultime manifestazioni, e forse proprio l’ultima.

Dopo il congresso del ‘77, mentre altri esponenti di quella prima opposizione interna avevano abbandonato il partito o erano rientrati nei ranghi, io – che nel frattempo ero stato eletto assieme a Pannella consigliere comunale a Trieste, dove infuriava la polemica sul trattato di Osimo – avevo continuato, assieme ad altri, a contestare quel modello di leadership, più per testardaggine, riconosco, che realisticamente fidando in una possibile diversa evoluzione. Tale forma di dissenso interno si sarebbe rivelata anche più nutrita numericamente di quella del 1977 in qualche occasione congressuale – come per esempio a Genova nel 1979, quando la sua presenza costò indirettamente l’elezione alla segreteria del candidato di Pannella Giovanni Negri, aprendo la strada invece a quella di Geppi Rippa, che non ne costituiva, per la prima volta, la diretta proiezione – ma è innegabile che, a differenza della prima, questa seconda stagione di dissenso interno aveva ormai soltanto carattere metodologico e statutario: lamentavamo la “costituzione materiale” del PR di quegli anni, ma eravamo un gruppo di insoddisfatti troppo eterogeneo per poter esprimere una proposta politica realmente alternativa, che andasse al di là della richiesta di consentire la nascita di un partito realmente presente ad ogni livello nella vita politica del paese, al posto del drappello di militanti a supporto delle mutevoli e spesso inattese iniziative del leader, in cui il PR si era ormai trasformato.

Così alla fine, dopo un decennio nelle sue file, lasciai un Partito radicale in cui non mi riconoscevo più, proprio poco dopo la sua già ricordata riconversione da partito dei diritti civili in partito per alcuni anni totalmente assorbito nella lotta globale alla fame nel mondo: quando a Radio Radicale i democristiani divennero improvvisamente “democratici cristiani”.

Con quello lì, una “rivoluzione liberale? Gli impossibili alleati nel bipolarismo italiano

La mia rottura definitiva con Pannella non era stata per nulla amichevole. Ma il momento di massima lontananza fra me, ormai da tempo non più iscritto, e il partito radicale (credo certamente comune anche a innumerevoli altri ex radicali del più vario orientamento e della più varia provenienza che ne avevano vissuto precedenti stagioni politiche), lo vissi all’inizio degli anni Novanta, quando – come spesso gli accadeva, sopravvalutando molto la forza soggettiva del suo personale carisma anche al di fuori del perimetro della comunità radicale – Pannella aveva creduto di poter spingere niente meno che Silvio Berlusconi – un uomo che fino ad allora doveva tutto agli scambi e ai favori della peggiore politica della cosiddetta “Prima Repubblica” – a divenire, proprio lui, il promotore di una “rivoluzione liberale” in Italia. A me, che pure, poco ancora conoscendone, non avevo in precedenza nutrito alcuna particolare avversione per il Berlusconi imprenditore televisivo, era bastata la sua prima conferenza stampa politica, nel novembre 1993, per formulare da subito il più drastico giudizio negativo possibile sul suo conto, giudizio che quel che avvenne in seguito – l’“età berlusconiana”; il berlusconismo divenuto modello politico italiano dominante e sostanzialmente privo di alternative fino ai nostri giorni; l’ulteriore sprofondamento e declino civile ed economico del paese anziché la promessa “rivoluzione liberale” – avrebbe confermato e radicalizzato ogni giorno di più negli anni successivi.

Le costrizioni determinate dalle leggi elettorali e la nuova ideologia bipartitista di Pannella lo spingevano magari obbligatoriamente a tentare di schierarsi in uno dei due campi, confidando erroneamente sul presupposto che entrambi lo avrebbero potuto considerare come un ago della bilancia e ne avrebbero apprezzato e ricercato per questo il sostegno pubblico. Ma, se il centrosinistra italiano era divorato dalla spocchia egemonica del PD e, come tutte le socialdemocrazie europee, già annaspava a vuoto, essendo venuti meno i presupposti del loro modello inclusivo un tempo virtuoso – la vecchia società industriale si basava su tecnologie scomparse, su una demografia ormai capovolta e sull’onnipotenza dello Stato entro frontiere chiuse – la vera destra italiana, dal suo canto, non era proprio mai stata liberale, e tanto meno era sul punto di diventarlo ora. La vera destra italiana – non la cosiddetta Destra Storica, che era stata in realtà la parte moderata del progressismo risorgimentale – è stata, nel corso della storia unitaria del paese e delle sue diverse fasi, reazionaria, codina, clericale, protezionista, nazionalista, colonialista, guerrafondaia, imperialista, militarista, liberticida, corporativa, fascista, antisemita, filonazista, qualunquista, conservatrice, tradizionalista, statalista, anticonflittuale, moderata, antimoderna, omofoba, xenofoba, eurofoba, sovranista. Liberale mai. E neppure, al di là delle chiacchiere episodiche, liberista. Ed entrambi i campi, per pregiudizio tanto atavico e inestirpabile quanto empiricamente infondato, hanno sempre continuato a considerare come ago della bilancia non la laicità liberale ma semmai il clericalismo estremista cattolico. Così il bipolarismo italiano, proprio in quel periodo, e all’opposto delle aspettative di Pannella, consentiva alla gerarchia cattolica, sotto la guida di Ruini, di mascherare, con clamorosi quanto effimeri successi politici di vertice, l’avanzata irresistibile nella società italiana di una secolarizzazione galoppante.

Una certa idea dell’Occidente

Ma questi dissensi – il dissenso sulla caratterizzazione sempre più apertamente carismatica della leadership dalla metà degli anni Settanta, il mio relativo disinteresse o scetticismo per molte delle priorità che i radicali si sono dati in varie successive stagioni politiche, lo stesso assoluto dissenso nei confronti della politica delle alleanze nei primi anni Novanta – non hanno mai potuto cancellare sintonie anche profonde che emergevano di volta in volta sotto traccia, a testimoniare l’innegabile persistenza di un terreno comune, di una sensibilità politica condivisa su alcuni temi di fondo che riguardano un’interpretazione esigente dei principi del liberalismo occidentale e della sua vocazione universalistica, che credo non coinvolgano affatto soltanto me, ma anche moltissimi italiani che, attraverso i decenni, hanno partecipato, sostenuto, votato, approvato, attraversato, avvertito una vicinanza nei confronti dei radicali, che per qualche ragione – e spesso per ragioni di grande peso e rilevanza contingente – non ha quasi mai potuto concretarsi in qualcosa di più solido e duraturo. Si potrebbe forse riassumere questa sensibilità e queste sintonie in una formula: critica dell’Occidente in nome dei principi giuridici e dei valori etico-politici dell’Occidente.

Al di là della scontata piena condivisione di alcune battaglie radicali, come per esempio quella garantista ai tempi del caso Tortora o quelle dell’Associazione Coscioni in campo bioetico – a cominciare da quelle sul fine vita – e di Certi Diritti in materia di politiche LGBT, o di quelle antiproibizioniste, se dovessi indicare, a puro titolo di esempio, un momento emblematico in cui personalmente, e nonostante tutti i dissensi passati e gli scontri anche accesi e diretti, mi sono sentito rappresentato in questi anni proprio da Marco Pannella, mi verrebbe da citare prima di tutto il funerale di Anna Politkovskaja, dove egli, pur reduce da poche ore da un delicato intervento di cardiochirurgia, e ancora parlamentare europeo, fu il solo uomo politico straniero a essere presente a rappresentare la coscienza liberale del’Occidente europeo.

I limiti invalicabili della comunità carismatica

Sarebbe inutile però negare che il dissenso sul modello di leadership è stato, per me come, credo si possa davvero dire, anche per molti altri, un ostacolo insuperabile che mi ha impedito di poter mai neppure pensare di risintonizzarmi, neanche successivamente, sulla linea d’onda del Partito radicale, preferendo rimanere per decenni homeless, e “orfano” di qualunque affiliazione politica italiana. Me ne ero andato quando mi era apparso ormai evidente che iscriversi al Partito radicale consisteva nell’iscriversi a quel che di volta in volta sarebbe venuto in mente a Pannella nei dodici mesi successivi. E negli anni seguenti, in più occasioni, mi è poi accaduto di incontrare casualmente vecchi militanti e dirigenti radicali, alcuni dei quali mi avevano anche fortemente osteggiato all’epoca delle mie polemiche con l’establishment radicale, ma poi magari caduti in disgrazia agli occhi del leader, che (riconosciutomi, con mia enorme sorpresa, a decenni di distanza) tenevano a raccontarmi come, alla fine, anche loro avevano abbandonato il partito proprio per le ragioni che, assieme ad altri, avevo sostenuto molti anni prima. Tutta gente irrecuperabile a un impegno civile e politico futuro? Credo che la risposta non sia scontata.

Il fatto è che Pannella aveva una capacità di innamorarsi delle proprie intuizioni che era perfino superiore alla sua pur enorme forza di convinzione nei confronti della maggioranza dei membri di quella “comunità” che il Partito radicale era diventato, a dispetto dell’iniziale teoria organizzativa, che voleva limitare il ruolo del partito a quello di mero strumento di puntuali obiettivi politici, a fronte e contro il carattere “tribale” attribuito alle altre forze politiche. Anzi, credo che proprio riuscire visibilmente a cambiare il modo di essere e di pensare e la vita stessa dei propri simili con la forza della propria personalità, delle proprie argomentazioni e delle proprie suggestioni, costituisse per Pannella la massima delle gratificazioni personali. Ricordo che, con una significativa espressione, Pannella imputava sempre la mancata accettazione, o anche la carenza di entusiasmo per qualunque sua nuova intuizione di cui egli stesso fosse per primo entusiasta, da parte mia e di altri, a una mancanza – l’espressione è sua – di “generosità intellettuale” (qualità, o caratteristica, di cui, non ho difficoltà a riconoscerlo senza alcun rammarico, sono sempre stato del tutto privo, avendole sempre semmai preferito un eccesso di spirito critico individuale).

Così come ricordo che un mio predecessore nella carica di segretario del partito, volendo sottolineare polemicamente una mia estraneità di fondo alla sostanza della comunità radicale, mi imputò una volta, nel corso di un Consiglio federativo, di essere arrivato al PR, benché giovanissimo, “già saputo” (sic): ben più affidabile doveva invece essere ritenuto in quel partito chi dovesse l’intera formazione della propria personalità politica e culturale all’esercizio sul campo della militanza politica “di strada”, ai banchetti, ai digiuni, alle marce, alle raccolte fondi, ai sit-in. E in effetti così si era venuta formando, negli anni, buona parte della classe politica radicale: ed è proprio per questo che non può sorprendere il successivo sparpagliamento trasversale dei transfughi su uno spettro così ampio del sistema politico italiano. Da un certo punto in poi il cemento fornito da una comune cultura politica si è rivelato molto debole se non inesistente, e ciascuno dei transfughi ha prolungato, perseguito e sviluppato per proprio conto la propria personale “teoria di fatti”, con esiti spesso bizzarri, e talvolta davvero privi di qualunque riconoscibile filo di continuità che non fosse quello della sopravvivenza personale.

Per molti altri, e indipendentemente dalla condivisione di principi e valori di fondo o di concreti obiettivi politici, e soprattutto per molti cittadini di formazione e di mentalità laica e liberale, vi è stata semplicemente una obiettiva impossibilità di ritrovarsi a casa propria in un partito la cui struttura di fondo – lo avevano notato, per primi, subito dopo la nostra sconfitta congressuale del 1977, due miei compagni di partito e di “corrente” di allora, i giovani politologi Angelo Panebianco e Piero Ignazi – ricalcava in modo impressionante il modello idealtipico puro della leadership carismatica delineato da Max Weber all’inizio del Novecento. Si parva licet, morto de Gaulle, in Europa i soli partiti davvero carismatici esistenti all’epoca erano il PR in Italia e il PASOK di Andreas Papandreu da poco costituitosi in Grecia.

D’altra parte, dato che per l’immagine dei partiti quel che conta alla fine è soprattutto l’imprinting iniziale, il fatto che il Partito radicale ci fosse, che fosse ritenuto per antonomasia il partito laico dei diritti civili (perfino quando la priorità data all’alleanza con il mondo cattolico per la battaglia contro la fame aveva suggerito di accantonare del tutto queste tematiche per vent’anni), rendeva improponibile qualsiasi progetto di riorganizzazione di una rappresentanza dell’area politica laica, liberale, federalista europea, tendenzialmente liberista, antiproibizionista: cioè di un partito al tempo stesso progressista, e alfiere della modernizzazione civile, politica, economica e ambientale, di un partito che mirasse a fare dell’Italia una società aperta e autenticamente europea e occidentale. Non avrebbe avuto senso fondare un tale partito in concorrenza con i radicali, ma non sarebbe neppure stato possibile, per le ragioni dette, pretendere che tutta quell’Italia si riconoscesse nei radicali così com’erano.

E adesso, cari radicali?

Ora che Pannella non c’è più, non è sui dissensi passati che mi sembra valga la pena di interrogare i radicali, ma sul futuro. Solo per questo, e dopo che da decenni avevo smesso di rievocare storie da tempo concluse, ho cercato di esporre con la massima franchezza le ragioni che credo abbiano impedito in questi anni, non solo a me ma a molti italiani, pur largamente consentanei con i radicali su molti principi di fondo, di riconoscersi nelle diverse reincarnazioni successive del mio vecchio PR (la Lista Pannella, la Rosa nel Pugno, la Lista Bonino – forse la formula che ci è andata più vicino – i Radicali italiani, il Partito transnazionale; per non dire di quelle che, come gli antiproibizionisti, nascevano già monotematiche). Di riconoscervisi abbastanza da consentire ai radicali non solo di sopravvivere, ma di affermarsi come uno dei protagonisti della vita politica italiana anche all’interno delle istituzioni rappresentative.

Credo di non far torto a nessuno dicendo che presumibilmente nessuno, né oggi né nel futuro prevedibile, può davvero pensare di potersi proporre come il successore di Pannella nel suo ruolo di leader carismatico. Dopo Pannella, e a confronto con l’eredità di Pannella, è verosimile che chiunque ci provasse non potrebbe che rendersi protagonista di una parodia.

Allo stesso modo, mi sembra che sarebbe estremamente riduttivo e senza prospettive cercare di tornare indietro nel tempo, e di riproporre, come se il tempo non fosse passato, le esperienze che, nelle diverse e ricordate reincarnazioni, ciascuno dei passati protagonisti ha vissuto con maggiore intensità. La “Rosa nel Pugno”, tanto per fare un esempio, poteva avere senso, per chi ci ha creduto, all’indomani della dissoluzione del vecchio sistema politico, della fine del vecchio PSI – che certo per molti era stato, nelle diverse fasi della sua storia centenaria, ragione di identità e di investimento emotivo oltre che intellettuale e politico – e quando ancora era viva, e per molti non del tutto appannata o motivo di delusione storiografica e retrospettiva, la stagione del mito italiano di Mitterrand (cui molto aveva contribuito proprio Pannella). Che senso avrebbe oggi, in piena crisi di tutte le socialdemocrazie europee, e dopo più di vent’anni in cui la variegata diaspora socialista è stata spesso incapace di non farsi interamente assorbire dagli aspetti meno raccomandabili dello Zeitgeist di questo passaggio di secolo?

E del resto è un fatto che la presenza radicale nelle istituzioni è già scomparsa da tempo.

Potrà mai andar meglio di com’è andata a giugno?

E mi pare tremendamente significativo, a questo proposito, quanto avvenuto nelle scorse settimane alle elezioni comunali di Roma e di Milano.

Sulla carta, le liste radicali alle scorse amministrative si presentavano nelle migliori condizioni che sia dato immaginare nella deprimente situazione di degrado civile dell’Italia di oggi: delle sue istituzioni, dei suoi media, delle sue leggi elettorali.

Non ci si può, ancora una volta, consolare con l’argomento che i voti ottenuti vanno in realtà considerati e valutati sulla base del numero degli elettori che erano effettivamente a conoscenza dell’esistenza, delle proposte e della natura delle due liste radicali di Roma e di Milano. Intanto, l’interesse per i fatti della politica è, ormai fisiologicamente – e purtroppo, piaccia o non piaccia, ovunque in Occidente – limitato a una parte soltanto del corpo elettorale; e tra questi, gli elettori che non si accontentano di prendere al massimo in considerazione soltanto le principali opzioni proposte dai gruppi politici insiders sono strutturalmente una minoranza; inoltre va considerato che ciascuna delle due liste poteva vantare come capolista un consigliere uscente di grande spessore e che aveva saputo farsi valere quanto può farlo un consigliere comunale; soprattutto, il sistema dei media in Italia è quello che è, e non dovrebbe esserci certo bisogno di illustrarlo proprio ai radicali; last but not least, anche se potrà essere considerato di cattivo gusto sottolinearlo, non ci sarà mai più una copertura mediatica altrettanto ampia come questa volta: sarà anche vero che i media possono aver fatto di tutto per separare l’amplissima copertura data alla morte e al funerale di Pannella dalla notizia della partecipazione delle due liste alle elezioni comunali, ma l’esplicito invito al voto da parte di Emma Bonino ha usufruito di un’audience irripetibile, e chi avesse avuto un minimo di interesse e di curiosità avrebbe potuto informarsi, questa volta, più agevolmente e più facilmente che mai.

Né mi sembra che le conseguenze della evidente contrapposizione interna ai radicali, con le sue ovvie ricadute sulla rete di risorse di cui l’area radicale teoricamente dispone, e di cui la campagna elettorale amministrativa avrebbe dovuto maggiormente giovarsi, siano destinate a un prevedibile superamento. (A quest’ultimo proposito, devo dire che conosco bene la sindrome, avendola vissuta in gioventù, che coglie chi, molto avendo investito della propria esistenza in un patrimonio comune, se ne vede escluso con metodi a dir poco scorretti e sleali – il modello weberiano della leadership carismatica non prevede correttezza, né lealtà ad altro che a se stessa – e finisce per incaponirsi nel non volerla dar vinta – o almeno nel volerla far pagare – agli autori del sopruso, talvolta però con il risultato principale di perdere ulteriore prezioso tempo ed energie. Proprio per questo, mi permetto di suggerire che, se le risorse non saranno comunque, come mi pare di aver capito, nella disponibilità di chi dovesse regolarmente vincere la partita interna sul piano politico, non avrebbe senso trascurare di impegnarsi in una partita politica più grossa per tentare di avere soddisfazione in quello che alla fine si rivelerebbe un puntiglio quasi nominalistico).

Non solo le due liste di Milano e di Roma non hanno raggiunto la soglia necessaria a far scattare l’elezione di un consigliere comunale: quel che più conta è che, in quelle che sono sempre state due delle maggiori e consolidate roccaforti elettorali storiche dei radicali (come pure degli azionisti, dei liberali e dei repubblicani), non è stata raggiunta la soglia che sarebbe necessario superare sull’intero territorio nazionale per poter ottenere una qualche rappresentanza, tanto alle elezioni politiche quanto, e ancor più, alle elezioni europee.

Probabilmente (a torto o a ragione, ma è un fatto contro cui battere la testa contro il muro non sembra utile), l’esperienza radicale evoca ormai, alle orecchie della larga maggioranza degli italiani, la memoria di una stagione importante e anche grande della storia nazionale, ma di una storia ormai remota, e sostanzialmente conclusa anch’essa con la fine della cosiddetta “Prima Repubblica”; e forse anche di una storia imparentata, anche se è storicamente falso, con quella dei “movimenti” nati dopo il ‘68 (e qui il gusto del paradosso di Pannella, e il suo bizzarro rapporto con i gruppi extraparlamentari di quegli anni, probabilmente ha avuto un suo peso). Soprattutto, di una storia indissolubilmente legata, come egli stesso in fondo aveva voluto, alla persona e alla vita di Marco Pannella. E questo forse spiega anche il paradossale carattere pressoché unanimistico assunto dalle commemorazioni funebri in cui è sembrato unirsi l’intero establishment politico e mediatico italiano in occasione della sua scomparsa, quasi che il suo passaggio alla storia lo avesse ormai reso, agli occhi di gran parte della società italiana, una figura non più controversa e divisiva come era sempre stato in vita: un protagonista della storia della Repubblica, e non più della sua politica contemporanea, e quindi al di sopra e ormai al di là delle sue fratture e delle sue divisioni.

Come sperare, in queste condizioni, di potere andare avanti, di non sprecare un patrimonio ideale e un serbatoio ancora significativo di energie, consensi e impegno civile, di dare un seguito a una storia pluridecennale, senza una profonda ridefinizione della proposta politica, dell’elettorato di riferimento, dello stesso marchio?

Oltre il mondo radicale, c’è anche un’Italia laica e liberale che non ha rappresentanza politica

Penso che il risultato delle elezioni comunali di Roma e di Milano delle scorse settimane sia davvero il segno dell’impossibilità di riemergere senza un profondo processo di rifondazione, che miri a coinvolgere, assieme e a partire dai radicali e alla loro esperienza storica, politica e culturale, un’area politica più vasta, anche se oggi per nulla maggioritaria, quella dell’Italia laica, liberale, europeista, antipopulista, aperta all’Europa e al mondo, interessata alla certezza del diritto anziché ai favori, agli abusi, alla discrezionalità e all’arbitrio della politica. L’Italia che magari si è più volte illusa in questi anni di avere finalmente trovato rappresentanza in forze politiche, e in politicanti, che si sono presto sistematicamente rivelati per quello che erano: consorterie senza principi e senza il minimo valore civile, capaci solo di rincorrere i risultati dei sondaggi dell’ultima ora e di competere, tutte, sullo stesso terreno e per il consenso dello stesso elettorato maggioritario, al tempo stesso disgustato e inconsapevolmente diseducato da decenni di politica fangosa.

Non sono infatti soltanto i radicali a essere esclusi dalla rappresentanza e dalla visibilità politica, nell’Italia di questi anni. Non sono neppure soltanto coloro che, nel corso dei passati decenni, hanno attraversato in vari modi la vicenda radicale e, per le ragioni che ho cercato di delineare, non hanno potuto riconoscersi stabilmente a casa propria nonostante sintonie di principio anche profonde.

È tutta l’Italia che insiste a riconoscersi nel progetto storico incompiuto della modernità laica, illuminista, liberale e occidentale a essere senza rappresentanza. È l’Italia che riconosce la propria patria non nel campanile ma in un’Europa aperta alle sfide della globalizzazione, e che nella globalizzazione vuole affermare i valori e i principi politici e giuridici della tradizione liberale, laica e individualistica occidentale. È l’Italia della “nuova classe creativa” in fuga verso luoghi in cui le sono riconosciuti sia opportunità economiche, sia libertà, dignità individuale e talento. È l’Italia che è consapevole di avere bisogno dell’Europa come dimensione minima per continuare ad esistere, ma che comprende anche che l’Europa deve essere realmente legittimata ad agire da istituzioni che siano finalmente democratiche anziché ostaggio dei governi e delle corporazioni nazionali. È l’Italia soffocata da una classe politica, da una burocrazia e da istituzioni parassitarie e sempre più invadenti nonostante le ripetute promesse di segno opposto, che la stanno condannando a un declino che sembra irreversibile, e che ostacolano ogni forma di innovazione, ormai vitale nell’economia globale. È l’Italia che chiede la certezza delle regole e non l’arbitrio assoluto della politica che una riforma costituzionale scritta da sprovveduti vorrebbe ampliare ancor più. È l’Italia che, all’opposto, crede che solo il restringimento dell’ambito del potere discrezionale e arbitrario della politica possa combattere efficacemente la corruzione endemica e la stessa criminalità organizzata, e comprende che pensare di poter delegare interamente questo compito alla repressione penale non è solo pericoloso per le garanzie delle libertà individuali, ma anche illusorio e puerile. Che proprio per questo, molto più che in nome di pregiudiziali ideologiche novecentesche, ritiene necessario un ridimensionamento del ruolo della classe politica nell’economia oltre che nelle vite private dei cittadini, ma che non per questo intende rinunciare a un welfare universalistico, che sia ripensato per poter essere sostenibile nel tempo e non discriminatorio, soprattutto nei confronti dei più giovani. Che non sopporta un’etica di Stato che pretenda di regolare le scelte di vita dei cittadini e che, aperta all’universalità dei diritti, non accetta che la diversità culturale o religiosa possa diventare una giustificazione o un pretesto per limitare la libertà di espressione, le libertà di alcune categorie di individui, o delle minoranze all’interno delle minoranze. È l’Italia, forse minoritaria, che non ne può più della ciarlataneria politica e che dalla politica pretende prima di tutto responsabilità e serietà.

Non è, inutile nasconderselo, in questo momento storico e dopo un buon terzo di secolo di ulteriore imbarbarimento e di sistematica diseducazione civile di massa, un’Italia maggioritaria. Proprio per questo le forze politiche a vocazione immediatamente maggioritaria non possono neppure sperare o tentare di intercettarla. È un’Italia che in questi anni si è quasi sempre dovuta piegare a votare per il male minore – spesso per quello meno raccapricciante – e che sempre più di frequente non riesce più a votare per nessuno degli attuali contendenti, tutti partoriti e plasmati dalle banalità e dalle volgarità propagandate nella cosiddetta “seconda repubblica”: cioè, a ben vedere, per il Partito Unico Populista Italiano con le sue componenti soft e hard in concorrenza elettorale fra loro.

A questa Italia serve una proposta politica esplicitamente alternativa e riconoscibilmente contrapposta ai tre poli dell’attuale sistema politico italiano.

Ai tre poli populisti ormai esistenti e consolidati: del resto bipolarismo e bipartitismo sono messi in crisi ovunque, e non solo in Italia (ormai perfino in Gran Bretagna), dalla crescente complessità, e dall’impossibilità di comporre in uno schema bipartitico o bipolare le molteplici linee di frattura che attraversano oggi tutti i sistemi politici europei. Non a caso una gran parte di elettori italiani rifiuta, e a ragione, di farsi inquadrare nell’attuale continuum destra / sinistra, e, oggi più che mai, alcune delle questioni che ai radicali e ai liberali dovrebbero stare più a cuore non si prestano minimamente a essere inquadrate su quel continuum. Il federalismo europeo è contestato da destra in nome del nazionalismo e della xenofobia; da sinistra in nome dell'anticapitalismo o del protezionismo. La laicità è contestata da destra in nome del clericalismo e del tradizionalismo, e da sinistra in nome del multiculturalismo. Le liberalizzazioni sono contestate da sinistra in nome della residua fiducia nelle virtù maieutiche del dirigismo, e da destra in nome del sovranismo. Se per una volta, almeno sul superamento del continuum sinistra / destra, liberali e radicali si trovano miracolosamente in sintonia con un orientamento forse addirittura maggioritario dell'elettorato italiano, perché intestardirsi a volersi identificare con concetti che oggi nessuno saprebbe più neppure definire in modo univoco o almeno largamente condiviso? Questo non significa necessariamente considerare tutti gli altri identici o identicamente alieni, significa che per essere credibile una proposta liberalradicale deve rinascere oggi come profondamente e riconoscibilmente diversa e alternativa a tutto l’esistente. E forse oggi può esserlo proprio e solo se si qualifica come radicalmente non populista.

L’Italia laica e liberale della modernità negata potrà tornare a contare su di voi?

Per dare voce a questa Italia c’è bisogno di un progetto nuovo, di un perimetro nuovo, di un personale politico consapevole, capace di una visione forte, e non di belle facce precocemente suonate. È un’illusione pensare che i radicali, che se vogliono continuare a esistere devono rinnovarsi per forza essi stessi, possano essere il seme e i promotori di un simile progetto? Che possano essere nuovamente loro, come altre volte nella loro storia, a riannodare assieme ad altri le fila e a sbloccare e dare voce e sostanza a un’Italia più moderna e civile, ben più vasta del proprio microcosmo? In Spagna con i Ciudadanos, e in Austria con il Neos, qualcosa del genere è stato tentato, e sembra avere avuto qualche iniziale successo.

Ci si può provare anche in Italia?

Luglio 2016

 


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