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Riunione degli iscritti e simpatizzanti italiani dell’ALDE e presentazione del movimento Liberali LibMov      

Parma, 12 luglio 2013

 

Un’Italia europea per un’Europa federale.

La proposta di LibMov per una riaggregazione dei liberali italiani

 


Relazione di Giulio Ercolessi.



I vent’anni che abbiamo alle nostre spalle sono stati anni perduti alle riforme, alla crescita, allo sviluppo, alla competitività, alla civiltà, alla reputazione dell’Italia. Negli ultimi vent’anni (per qualcuno di noi sono stati più di trenta) noi liberali siamo stati politicamente homeless, stranieri in patria molto più ancora di quanto non fossimo già abituati a esserlo da decenni. Non crediamo che all’Italia questa nostra assenza abbia in alcun modo giovato.

In un mondo che è diverso da quello che ci siamo lasciati alle spalle nel Novecento, perché sono cambiate le tecnologie del Novecento, perché è cambiata la demografia del Novecento, perché è cambiata la geopolitica del Novecento, e perché viviamo in società sempre più pluralistiche e secolarizzate, continuare a vivere nel mondo sviluppato significa per gli europei rispondere obbligatoriamente alle sfide costituite da questi cambiamenti, attrezzarsi per tenere il passo.

La classe politica italiana, nella sua larga maggioranza, ha invece creduto che fosse possibile, nella sostanza, continuare come prima. Piuttosto che impegnarsi per riforme concrete e necessarie, ha preferito baloccarsi e imbambolare il paese con promesse impossibili da mantenere e con continui progetti di sempre “Nuove Repubbliche” in cui la democrazia liberale venisse sostituita da forme di democrazia plebiscitaria.

Piuttosto che impegnarsi in misure concrete per diminuire il peso dell’intermediazione parassitaria della politica e dell’amministrazione, gran parte della politica italiana ha preferito inseguire il populismo più grossolano e l’analfabetismo civile, ritornando, senza neppure averne la minima consapevolezza, sulla stessa strada della lotta contro la democrazia liberale, costituzionale e rappresentativa che aveva segnato l’antiparlamentarismo autoritario, dominante sulla scena politica italiana già e proprio un secolo fa: un antiparlamentarismo anche allora simultaneamente alimentato da destra e da sinistra.

Buona parte della dirigenza politica italiana ha furbescamente preferito far credere che il costo della politica sia essenzialmente costituito dagli stipendi legalmente riscossi dai mille parlamentari, piuttosto che dal parassitismo delle miriadi di enti pubblici e parapubblici non elettivi ma inutilmente e dannosamente gestiti dalla politica, dalle finte consulenze, dalla moltiplicazione dei consigli di amministrazione nominati dalla politica: dalla politica statale, regionale, provinciale e comunale, in modo invisibile agli occhi dei media e dell’opinione pubblica. E gran parte dell’opinione pubblica si è bevuta questa sciocchezza.

Il pozzo nero dei costi della politica, molto più che negli indubbi sprechi della politica ufficiale, legale e visibile, va ricercato nella politica invisibile, sia illegale che legale. Fanno immensamente più danni all’economia di una regione la corruzione endemica, i legami di settori della politica con la criminalità organizzata, le turbative nelle gare di appalto; ma non meno le leggi scritte con i piedi, le vessazioni senza senso, l’inutilità di una giustizia civile che decide una causa dopo dieci anni quando va bene; e fa immensamente più danni il consiglio di amministrazione di un aeroporto costituito e guidato da ex politicanti regionali con diploma di terza media, piuttosto che il numero magari eccessivo dei membri di un consiglio regionale o i loro stipendi – che pure, nel caso dei consiglieri regionali, sono senz'altro stipendi eccessivi.

Spesso non è popolare dire la verità piuttosto che compiacere gli umori dell’opinione pubblica, ma, come scrisse un ex ministro del tesoro oggi scomparso, «in una democrazia non vi sono solo compiti e diritti del popolo; vi sono anche compiti e doveri delle élites, senza il cui corretto esercizio la democrazia stessa non produce buongoverno e forse neppure sopravvive».

La politica è anche esercizio di leadership, non è solo attività per followers.

Chi si compiace di essere popolare, chi concepisce la politica come rincorsa dei risultati dei sondaggi di opinione, si farà sempre dettare l’agenda dalla demagogia e dalla ciarlataneria populista: come è accaduto in Italia negli ultimi vent’anni, ma come accade ormai troppo spesso anche in altri paesi europei

È quanto è accaduto nelle scorse settimane in Gran Bretagna, quando, di fronte a un successo dei populisti antieuropei del UK Independence Party in una tornata amministrativa, il Primo Ministro conservatore Cameron ha dichiarato: «Abbiamo ricevuto il messaggio e ne terremo conto». Il risultato sarà che a decidere l’agenda politica della Gran Bretagna nei prossimi mesi non saranno i conservatori, i laburisti o i liberali, ma i populisti antieuropei del UK Independence Party.

Ma nel nostro paese è la classe politica italiana nel suo complesso che si è dimostrata non all’altezza delle sfide del nostro tempo. Non sono state soltanto, come si dice, le “ideologie” totalitarie e totalizzanti del Novecento a essere state abbandonate. Si è persa qualunque griglia interpretativa della realtà, e la politica si è sempre più ridotta a scontro fra personalità per lo più pateticamente modeste, e a guerra fra mere cordate di interessi corporativi e politici per la spogliazione delle risorse pubbliche.

Per il resto, e il resto non è stato gran cosa, la sinistra ha creduto non solo di dover difendere i suoi valori e i suoi principi, ma anche di poterlo fare utilizzando gli stessi strumenti che avevano funzionato nel Novecento. Non gli strumenti della tradizione del socialismo in senso forte, tanto meno del comunismo, che la stessa storia del Novecento aveva liquidato senza residui. Ma gli strumenti che avevano funzionato: quelli immaginati dai liberali inglesi a partire dall’età vittoriana, e messi in pratica da Keynes e da Beveridge, cioè quegli strumenti di intervento pubblico che nei decenni precedenti erano stati vituperati non solo dai comunisti, ma anche da tanti socialisti massimalisti, che accusavano proprio Keynes e Beveridge di avere salvato il capitalismo dal suo crollo, impedendo così la nascita di una felice società socialista globale. La sinistra italiana faceva proprie quelle ricette ora, quando erano venuti meno i presupposti che avevano reso possibile il loro successo. Il loro destino è di essere in ritardo sempre.

Lo schieramento berlusconiano, cui non perdoneremo mai, forse più di ogni altra cosa, e non è certo dir poco, di avere usurpato e trascinato nel fango il nome dei liberali, ha addirittura creduto che fosse possibile per l’Italia del XXI secolo mantenere impunemente in vita quel perverso intreccio fra potentati e posizioni di dominio nella politica e nell’economia, che bloccano il mercato, inibiscono la concorrenza, annullano la mobilità sociale, asserviscono l’informazione e la pubblica amministrazione e svuotano la democrazia. Ma che altro poteva fare chi, al di là della retorica, prima di scendere in pista in politica, aveva tratto alimento e risorse per trent’anni per le sue attività economiche dai favori della peggiore politica della cosiddetta Prima Repubblica? E infatti quelli di Berlusconi, a dispetto di tutta la disinformazione e la retorica, tanto della destra quanto della sinistra, sono stati i soli governi d’Europa di questi vent’anni, e certissimamente i soli che avessero una solida maggioranza alla destra del centro, a non avere portato a buon fine una sola liberalizzazione e una sola privatizzazione di rilievo: arrivando addirittura a criticare e perfino a ribaltare le poche e timide privatizzazioni e liberalizzazioni introdotte dagli stessi governi di centrosinistra.

Forse più di ogni altra cosa, più ancora degli accordi e dei buoni affari che Berlusconi aveva stretto con i comunisti della stessa Unione Sovietica quando il comunismo c’era davvero, a rivelare l’idea di “liberalismo” che Berlusconi aveva in testa è stata una conferenza stampa tenuta assieme al suo amico Vladimir Putin. Annunciò in quella occasione Berlusconi di avere appena acquistato una nuova villa. Non per farne un’ennesima magione privata, ma per insediarvi una “Accademia del Pensiero Liberale”, progetto che fortunatamente non ha poi mai visto la luce. Il primo docente che vi avrebbe invitato a tenere lezione, disse ancora Berlusconi, sarebbe stato il suo amico Vladimir. L’amico Vladimir ascoltò con espressione che non si capiva se più compiaciuta o esterrefatta, perché tutto nella sua vita l’ex agente del KGB avrebbe pensato di poter fare, tranne che il docente di liberalismo, su invito di quello che pure era, incredibilmente, il capo dell’esecutivo di un paese occidentale.

E Berlusconi non è stato il solo in questi anni a volerci insegnare, con argomenti altrettanto convincenti, che cosa sia il liberalismo. Gli stessi (comunisti, marxisti leninisti con e senza trattino, ex democristiani, socialisti, perfino fascisti) che nei trent’anni precedenti ci accusavano, in quanto liberali, e non importa se liberali progressisti o moderati, di professare idee finite – come dicevano – nella pattumiera della Storia, da circa trent’anni pretendono di insegnare a noi che cosa sia il liberalismo.

E ancora: siamo stati negli ultimi vent’anni il solo paese del mondo in cui essere transigenti o intransigenti in materia di legalità e di etica pubblica comportasse una collocazione anziché un’altra sul continuum destra / sinistra.

Per chi appartiene alla tradizione liberale italiana, tanto nella sua versione moderata alla Cavour o alla Quintino Sella quanto nella sua versione radicale alla Cattaneo o alla Cavallotti, l’intransigenza in materia di legalità e di etica pubblica è scritta nei cromosomi culturali, tanto quanto il più rigoroso garantismo in materia di diritto penale. E le due cose coincidono, non sono l’una la negazione o il bilanciamento dell’altra.

In realtà questa catastrofe italiana viene da lontano Viene da almeno un terzo di secolo di inerzia e di mancate riforme. Successivamente, alla catastrofe civile di Tangentopoli non si era risposto con una presa di coscienza, ma con altri diciotto anni di diseducazione civica intensiva e di massa. In quei diciotto anni è stata coltivata l’idea, da paese sottosviluppato, che la democrazia consista nell’eleggere un capataz, dargli le chiavi e consentirgli mano libera fino alla distruzione di un paese.

La democrazia liberale è l’opposto di questo. Il liberalismo è innanzitutto la teoria della limitazione del potere, e anche del potere democratico, come strumento per la massimizzazione della libertà di tutti gli individui. Il liberalismo è l’esatto opposto della teoria berlusconiana dell’abbattimento dei limiti costituzionali al potere politico elettivo. Quest’ultima, piuttosto, era stata la teoria costituzionale del comunismo togliattiano.

Solo due anni fa si era aperto un primo spiraglio che poteva sembrare l’inizio di una nuova stagione. Assieme a tutti i nostri amici liberali europei, ci siamo allora idealmente uniti al coro dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, raccoltosi davanti al palazzo del Quirinale per intonare l’“Hallelujah” di Haendel il giorno in cui Berlusconi si dimetteva e Mario Monti veniva chiamato a sostituirlo.

Ma, anche al di là dei limiti di quel tentativo, in un anno e con quella maggioranza spuria, si poteva solo cominciare a riparare alle conseguenze peggiori e più imminenti del disastro dei diciotto anni precedenti, e all’inerzia di più di un terzo di secolo, e alle tare storiche cui i nostri padri risorgimentali, liberali, repubblicani e radicali, avevano cercato di dare una risposta centocinquant’anni fa. Con un Risorgimento, che oggi è nuovamente necessario, non con una mera unificazione geografica della penisola.

Dopo venti o trent’anni in cui una glaciazione che sembrava senza fine ci ha costretti tutti a dovere andare faticosamente alla ricerca di un male minore, che era sempre più arduo riuscire a riconoscere, negli ultimi mesi qualcosa sembra forse cominciare a muoversi, e qualche spiraglio ad aprirsi.

Il solo fatto che i protagonisti del sistema non siano più due soltanto consente forse qualche margine di agibilità del sistema politico.

Con la costituzione di LibMov vogliamo dare un contributo di idee e vogliamo proporre un modello. Anche nei tempi migliori, anche con le migliori e più razionali delle motivazioni, riunire elettoralmente spezzoni di sistema politico non si è mai rivelato fruttuoso. Oggi il grave rischio sarebbe far mostra di voler riunire i naufraghi della Zattera della Medusa in cerca dell’ennesimo riciclaggio.

Il modello che noi proponiamo è diverso in questo: proponiamo che, anziché riferirci alle contingenze della storia politica recente, che spesso hanno diviso artificialmente persone che alla fine la pensano in modo molto simile su tutti i temi di fondo, si possa oggi tentare di fare riferimento non al nostro passato, ma al nostro futuro comune: un futuro che sarà europeo o sarà un futuro di crescente sudditanza e di declino.

Nel mondo globale i nostri paesi europei, presi uno per uno, contano nel mondo quanto contava nell’Europa-mondo di allora il Belgio di Guy Verhofstadt nella prima metà del Novecento: un paese rispettato e considerato da tutti fra i più civili e sviluppati del tempo, ma che contava poco a causa delle sue piccole dimensioni e della sua debolezza geopolitica: e che un vicino prepotente e aggressivo non esitò a invadere per due volte in trent’anni, quando ritenne che ciò fosse utile ai propri interessi nazionali di potenza. Oggi nel mondo globale la dimensione minima per aver voce negli affari del mondo è quella europea.

Abbiamo bisogno di un’Europa federale perché solo così avremo un’Europa democratica. L’alternativa è che tutte le più importanti decisioni europee siano assunte, come oggi accade, in riunioni a porte chiuse fra 28 capi di Stato e di governo, e che i compromessi faticosamente raggiunti in quella sede non possano più essere messi realmente in discussione né dal Parlamento Europeo né dai Parlamenti statali, sotto il ricatto di una grave crisi delle istituzioni comuni. Così la modalità ordinaria di produzione normativa dell’Unione assume di fatto le forme di una continua legiferazione in forma di trattato (sembra di leggere: «Piena e integrale esecuzione è data all’allegato …»), e senza che i legislatori europei e statali possano fare altro che ingoiare la pappa così come pervenuta: senza discussione pubblica e democratica, senza possibilità di emendamenti. L’ossessione per una sovranità che è ormai, come già vedeva Einaudi, soltanto «polvere senza sostanza», non è il rimedio, ma la causa del “deficit democratico” dell’Unione Europea.

Ma allora è tempo di fare riferimento al sistema politico europeo che vogliamo e dobbiamo costruire anche nelle politiche interne dei nostri paesi.

Il metodo che proponiamo per preparare i liberali italiani alle prossime scadenze è questo: non la federazione delle correnti sulla base delle storie di provenienza, ma l’adesione al partito liberale europeo – e oggi l’adesione all’ALDE, al nostro partito europeo, si può fare su base individuale – come piattaforma comune e condivisa. E la condivisione di quattro principi programmatici, che segnino il perimetro della nostra identità politica in Italia: riprendere il ruolo di stimolo e di promozione dell’integrazione federale dell’Europa che ha sempre caratterizzato la politica dei governi italiani nel corso della cosiddetta “Prima Repubblica”; voltare pagina rispetto agli anni indecenti del berlusconismo; liberalizzare l’economia italiana – quali che siano le nostre diverse sensibilità, i diversi punti di vista, le diverse sfumature in materia di liberismo e di dirigismo – perché questo è il principale e necessario strumento di lotta alla corruzione nell’Italia di oggi, caratterizzata, come essa ormai è, da un degrado di carattere più antropologico che contingente della larga maggioranza della classe politica, che non potrà certo essere rovesciato dai risultati di una tornata elettorale; e infine recuperare i decenni perduti alla causa della laicità delle istituzioni pubbliche, e a tutte le libertà civili e i diritti di autodeterminazione individuale che ne discendono: in società pluralistiche e secolarizzate come lo sono oggi tutte le società europee, compresa quella italiana, solo la laicità intesa nel suo unico significato saliente, cioè come stretta neutralità religiosa delle istituzioni pubbliche, è compatibile con la libertà e con la pari dignità sociale di tutti i cittadini.

È sull’impegno per un’Europa federale e su queste quattro priorità che noi riteniamo che i liberali italiani debbano oggi finalmente ritrovarsi: oggi fra loro, per potersi ritrovare nell’immediato futuro con i nostri amici di tutta l’Europa liberale a essere nuovamente protagonisti della politica e della storia, con i nostri principi, con i nostri valori politici e civili e con conseguenti proposte di riforma.

Non riforme moderate, ma riforme radicali. Il liberalismo non è affatto in sé sinonimo di “moderatismo”. Noi non siamo affatto moderati nella nostra netta opzione per il federalismo europeo. Non siamo moderati nella nostra altrettanto netta volontà di voltare pagina rispetto agli anni di fango del berlusconismo e alla restaurazione delle regole del gioco della democrazia liberale e costituzionale. Non siamo moderati nella nostra scelta per la modernizzazione e liberalizzazione della vita economica italiana e per il rilancio della mobilità sociale. Né siamo moderati nella nostra visione di uno Stato laico e garante della pari libertà e della pari dignità sociale di tutti i cittadini.

È molto difficile, ma l’alternativa per l’Italia e per l’Europa è continuare sulla via del declino, dell’impoverimento relativo, della perdita di influenza, fino all’irrilevanza. Sapendo che una società impoverita e rincitrullita dall’analfabetismo civile dilagante produce un’economia povera, un welfare povero, un patrimonio culturale e ambientale devastati, una democrazia precaria.

Noi crediamo che sia ampiamente venuto il tempo di un nuovo e necessario Risorgimento liberale in Italia e in Europa. E proponiamo un metodo di aggregazione politica nuovo e, ci sembra, all’altezza delle sfide del presente. Speriamo di essere in tanti a pensarlo e ad agire di conseguenza. Ma questo dipende soprattutto da tutti voi.

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Il saluto del Presidente dell’ALDE Sir Graham Watson al convegno di Parma.

L’Intervento al convegno di Parma di Guy Verhofstadt, Presidente del gruppo ALDE nel Parlamento Europeo e già Primo Ministro del Belgio.

 


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