In memoriam, prof. Lucio Ercolessi (1926 - 2019), Renata Molinari Ercolessi (1924 - 2021).



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Il prof. Lucio Ercolessi, medico pneumologo, Libero Docente in Anatomia Umana Normale, imprenditore sanitario, è scomparso il 20 novembre 2019. Di seguito la commemorazione pronunciata dal figlio Giulio nel funerale laico tenutosi il 29 novembre successivo, prima della dispersione delle ceneri nel mare del golfo di Trieste, in adempimento della sua volontà.

Il 28 settembre 2021 si è spenta anche Renata Molinari Ercolessi. Qui la commemorazione pronunciata dal figlio Giulio nel funerale laico tenutosi il 7 ottobre successivo.


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Se mio papà se ne fosse andato soltanto sei anni fa, quando aveva 86 anni, si sarebbe potuto dire che, nella nostra epoca, può capitare qualcosa che in ogni epoca precedente sarebbe stata considerata assurda: che oggi può accadere di morire prematuramente anche a 86 anni.

Fino a quell’età la vecchiaia lo aveva largamente risparmiato. A questo riguardo usatogli dalla natura aveva probabilmente finito per abituarsi, e, forse, noi tutti con lui. Tanto più sembrava che gli apparisse, e anche a molti di noi è forse sembrato, sorprendente, inatteso e quasi inammissibile il declino fisico di questi ultimissimi anni e mesi.

Perfino la scomparsa improvvisa e del tutto inaspettata di mio fratello, quindici anni fa, che lo aveva certamente cambiato, non ne aveva spento una volontà di vivere fino in fondo ogni momento della propria vita, con un’intensità, con una convinzione, con una persuasione refrattaria a qualunque retorica – perfino alle retoriche, nel senso corrente del termine, che si sarebbero potute ritenere in sintonia con la sua visione del mondo – e con un ottimismo vitalistico capace di vincere ogni illusione e ogni delusione, un ottimismo e un entusiasmo che io credo di non avere mai vissuto in quella misura, neppure da adolescente.

Non così lui. Benché privo di soverchie illusioni sulla natura degli uomini, e incredulo sulla capacità degli individui di poter influire sulla storia nel suo farsi, il suo ottimismo e la sua vitalità avevano trovato radici e motivato un impegno intenso, e lungo una vita intera, nella professione, nel lavoro, nella famiglia, e anche nelle passioni del tempo libero.

Quando ancora insegnava all’Università, la sua giornata di lavoro iniziava ogni giorno uscendo di casa prima delle 7 e mezzo e terminava rientrando dopo le 7 e mezzo di sera. Di solito teneva lezione all’Università nel primo orario disponibile (e tenete conto che non esisteva ancora la facoltà di Medicina a Udine: la cosa non sarà stata troppo gradita, immagino, agli studenti friulani pendolari): perché, dopo l’Università, nei diversi periodi, c’erano l’INAM, il Consorzio antitubercolare della Provincia, nei primi anni il suo ambulatorio privato, impegni duraturi o saltuari in medicina del lavoro e dello sport. Il pranzo mai a casa ma sempre a Aurisina, nel sanatorio, poi casa di cura, che è stato il suo primo luogo di lavoro, all’inizio a fianco dello “zio” Adolfo che di quel sanatorio era stato il fondatore assieme ad altri medici triestini. Adolfo in realtà era il cugino primo di suo padre Umberto, mio nonno, ma per lui era talmente uno zio che per decenni io non ho avuto dubbi che si trattasse del fratello di mio nonno.

Fin dall’inizio, alla professione di medico si era aggiunta quella di imprenditore in campo sanitario, accanto allo “zio” e a un gruppo di colleghi con i quali, e con i cui figli e discendenti, ha contribuito a sviluppare, a creare o a fondare aziende destinate a restare e a consolidarsi attraverso i decenni: oltre alla Pineta del Carso, il COF di Lanzo d’Intelvi in provincia di Como, il coraggioso investimento a Eboli nel 1957 che è oggi il Campolongo Hospital, il Policlinico San Marco di Mestre. Ha rivestito varie cariche anche nell’Associazione Italiana Ospedalità Privata, ospedalità privata nel cui ruolo, come pilastro fondamentale e indispensabile di un sistema sanitario universale ma anche economicamente sostenibile, fortemente credeva.

Eppure, a dispetto dell’evidenza, non avrebbe mai pensato di autodefinirsi, anche, imprenditore. Avesse avuto riferimenti culturali o uso di retoriche diversi da quelli che erano i suoi, avrebbe certamente preferito il titolo di “operaio nella vigna” delle imprese di cui era fra gli amministratori: affermato professionista, docente universitario, e amministratore amministratore delegato o presidente nel tempo di diverse società per azioni anche di dimensioni non sempre proprio trascurabili, non ha mai voluto considerarsi parte della classe dirigente del paese. E non per disprezzo, ma per quel radicato scetticismo nei confronti della vita pubblica – e non solo della vita politica – che è stato fin dagli anni della ricostruzione e della rinascita economica dell’Italia, cioè negli anni della sua formazione professionale, la paradossale cifra comune di tanti intraprendenti protagonisti di quella stagione.

Lontanissimo dalla politica attiva, in politica mio papà non aveva certo quel che si dice un’inclinazione “progressista”, era piuttosto un conservatore moderato, segnato in gioventù, come tanti nostri concittadini, dalle tragedie e dagli scontri che hanno contrassegnato il Novecento a Trieste. Il suo scetticismo civile non faceva eccezioni neppure nei confronti del mio passato impegno politico liberalradicale, che ha sempre rispettato, ma che credo trovasse un po’ indecifrabile, di incerta e problematica classificazione, vagamente esotico anche ai suoi occhi come a quelli della grande maggioranza degli italiani. Quanto a se stesso, del resto, non aveva neppure lontanamente preso in considerazione le offerte di candidatura politica che qualche anno fa non gli erano mancate. Considerava un’ipotesi del genere alla stregua di una facezia.

Era però anche orgoglioso di non avere neppure preso in considerazione le velate e ripetute raccomandazioni, ricevute dalla politica quando lavorava al Consorzio antitubercolare, di non enfatizzare la scoperta, credo già negli anni ’70, dei primi casi di tumore alla pleura causati dall’esposizione professionale all’amianto.

Moderato nelle sue simpatie politiche, non era però affatto, come tanti oggi, in questa stagione di tramonto dell’Occidente e di ripudio della nostra modernità, un tradizionalista, un passatista, o un nostalgico del buon tempo antico e della sua civiltà premoderna. Al contrario, al valore della modernità, alle potenzialità del progresso scientifico e tecnologico, non solo in campo medico, credeva profondamente e ne era entusiasta. E non era soltanto una necessità imprenditoriale. In questo, era anche lui un figlio della modernità occidentale, che io considero la mia patria. Aveva imparato verso gli ottant’anni a usare quotidianamente il computer e Internet, come perfino qualche mio quasi coetaneo si ostina ancor oggi a rifiutarsi di fare.

Ed era anche il figlio di una città che, nella sua classe dirigente italiana, era stata, prima dei rimescolamenti del dopoguerra, tranquillamente, pacificamente, rispettosamente, ma anche molto precocemente e profondamente, secolarizzata. Gli piaceva raccontare che dopo il funerale di mia nonna, il prete, suo buon conoscente, che lo aveva celebrato, perché così si usava, ma senza anche dire la  messa, gli aveva detto: “Professor, mi e lei adeso dovemo propio vederse”. E diceva di avergli risposto: “La gà bisogno, cossa no la sta ben?”. Forse non sarà andata proprio così, ma quell’aneddoto rappresentava piuttosto bene il suo punto di vista.

Per molto tempo è stato difficile per me capire da dove venisse questo mix di moderato conservatorismo civile e di entusiasmo illuministico per la modernità – anche in qualcuno dei suoi aspetti corrosivi – che difficilmente avrebbe potuto assorbire nella sua famiglia di origine o al liceo Petrarca frequentato nei primi anni ’40: una visione del mondo che io credevo essenzialmente plasmata sulla base dell’etica medica del tempo della sua formazione. La chiave per una spiegazione meno superficiale, che lui non mi aveva mai esplicitata, mi è stata forse data da un mio amico studioso della storia delle università italiane nel Novecento. In quella facoltà di Medicina dell’Università di Padova, frequentata da mio papà come dalla gran parte dei medici triestini fino alla fondazione di una facoltà di Medicina nella nostra Università, sarebbe sorprendentemente sopravvissuta fino agli anni ’40 e ’50 anche una scuola di indirizzo prettamente positivistico, passata indenne attraverso i decenni dell’egemonia di orientamenti culturali e filosofici affatto differenti.

Non mi risulta che mio papà abbia mai successivamente coltivato specifici interessi in campo filosofico, e sarebbe probabilmente il primo a farsi beffe di queste mie elucubrazioni. Io però sono convinto che, se effettivamente era quello il clima che si respirava allora nella facoltà di Medicina padovana, l’assorbimento di quella matrice positivista, che oggi, in tempi di rinascente oscurantismo antiscientifico e di pretese medicine tradizionali o alternative, qualcuno definirebbe sprezzantemente “scientista”, dia ragione tanto di un certo suo scetticismo antropologico quanto della sua personalità profondamente antiretorica e della profonda serietà e concretezza cui era ispirata la sua visione del mondo, totalmente scevra da illusioni ma consapevole all’estremo dei propri compiti, e della propria professione / vocazione.

La professione di medico, l’insegnamento universitario – da assistente fu uno dei primi quattro o cinque docenti del primo anno accademico della Facoltà di Medicina dell’Università di Trieste alla sua fondazione nel 1965 – e, sempre più nel corso degli anni, l’impegno per la crescita e lo sviluppo delle case di cura, sono stati per mio papà una ragione di vita fino all’ultimo. È stato solo con grande dolore che, di fronte all’evidenza, ha preso l’iniziativa di dimettersi dall’ultima carica sociale che ancora rivestiva, proprio e solo negli ultimi giorni della sua vita, quando ormai era ricoverato in terapia intensiva nell’Unità Coronarica di Cattinara. Ma solo poche settimane prima aveva tenuto a partecipare, da vicepresidente ancora in carica, all’ultima assemblea sociale della storia della Pineta del Carso, quella in cui è stata ratificata la sua fusione con la Salus.

Il matrimonio dei miei genitori ha avuto la durata, oggi quasi mirabolante, di 68 anni. Sono stati assieme fino all’ultimo, lo scorso mercoledì 20, quando da Cattinara, ormai senza più speranza di guarigione, era rientrato – da ricoverato, come negli ultimi mesi – a Pineta, in quella che è stata la sua seconda casa per settant’anni.

Scherzando ma forse non troppo si diceva qualche volta in famiglia che uno dei segreti di questa unione di così rara solidità e durata era stato anche il suo assorbente impegno nel lavoro: quando per decenni si esce di casa alle 7 e mezzo e si rientra alle 7 e mezzo di sera ci si trova un po’ come in quelle unioni a distanza in cui si desidera così tanto rivedersi e ritrovarsi che non c’è spazio per il logorio della routine.

In realtà il tempo libero è sempre stato per mio papà altrettanto intenso quanto quello di lavoro. Dopo una cena veloce, quasi sempre, per anni, c’era posto per la serata di bridge, con la coppia degli amici del lunedì, di quelli del martedì, del mercoledì, del giovedì. E il venerdì, di primo pomeriggio, la partenza per il weekend, in barca a vela in estate e autunno e a sciare in inverno e primavera; qualche viaggio in macchina con amici, spesso in Toscana, nei weekend dei brevi periodi di intermezzo. In agosto la crociera in Dalmazia, sempre la stessa per 47 anni di fila, ma sempre attesa e vissuta con lo stesso entusiasmo.

C’è un episodio che dipinge perfettamente la sua sete inesausta di sfruttare così intensamente ogni momento della vita, anche nel tempo libero. Che cosa fa una coppia di coniugi ottantenni o quasi che si sveglia a Cortina di sabato sotto una nevicata che impedisce di sciare? Una passeggiata o un po’ di shopping, si dirà. No. Mio papà, che, all’opposto di me, amava molto guidare, decise che sarebbero partiti quel sabato da Cortina per visitare una mostra: a Ferrara. Per ritornare poi la sera stessa a Cortina, poter sciare così tutta la domenica, e rientrare come sempre a Trieste la sera, fermandosi a cena, come sempre, lungo la strada.

L’invecchiamento lo ha colpito molto tardi nella vita, ma, figlio fino in fondo anche in questo della nostra modernità, non ci si è per nulla adattato docilmente o senza soffrirne. Quando i propri amici più cari sono tutti o quasi tutti coetanei, e compagni di scuola o di università, e si vive in buona salute e a lungo, almeno nel tempo libero si finisce per restare sempre più soli, perché gli amici scompaiono, in un modo o nell’altro, prima: così sono dapprima finite le serate di bridge, sostituite malinconicamente dalla televisione. A dire il vero malinconicamente lo dico io, ma mio papà è stato, letteralmente fino al suo ultimo giorno, un telespettatore accanito e convinto.

Ma ha potuto continuare a praticare lo sci alpino fino a 84 anni, a condurre praticamente da solo una barca a vela di 35 piedi fino a 86. Ha cercato di convincersi di aver dovuto poi smettere solo perché mia mamma non sarebbe più stata in grado di seguirlo. È stato molto peggio dover prendere atto delle crescenti difficoltà motorie di mia mamma, che pure, anche lei, a 95 anni è ancora oggi lucida. E poi rinunciare a guidare l’automobile, che per lui, come per molti della sua generazione, era sinonimo di libertà e di indipendenza molto più che di ingorghi o di inquinamento. Ci sono voluti tre incidenti in due anni per convincerlo: l’ultimo, che avrebbe potuto facilmente costargli la vita, senza il minimo danno fisico solo per un caso davvero molto molto fortunato. Mi è rimasto il dubbio che, se non si è trovato un medico disposto a non rinnovargli la patente, lo si dovesse alla riluttanza di molti di loro a farlo nei confronti del proprio vecchio professore.

Ha avuto una vita piena, intensissima, lunga, lucida fino alla fine. Eppure non è affatto morto, come gli antichi patriarchi, “sazio di anni”. In questo davvero uomo immerso nella nostra ipermodernità, fin quasi all’ultimo avrebbe voluto, quasi preteso, di vivere più a lungo, di poter dare ancora il suo contributo alla vita delle sue società, di esserci vicino. Solo all’ultimo si è dato per vinto, e senza essere ancora per nulla appagato di tutto quel che ha fatto e di tutto quel che ha dato.

Eppure per chi resta, anche per chi, come me, ha sempre coltivato piuttosto un tendenziale pessimismo naturalistico e ancor più un pessimismo storico di fondo che a lui era estraneo ma che la temperie di questi anni purtroppo avvalora, averlo avuto come padre è la testimonianza che non sempre e non necessariamente la vita è per tutti l’ombra che cammina o il povero attore che strepita per il tempo che gli è concesso, ma che, almeno per qualcuno, più fortunato o più capace di coltivare con persuasione e con amore il proprio giardino, può anche essere un’impresa sostanzialmente fortunata.

Chi non trova buone ragioni per illudersi o credere o sperare in resurrezioni o rinascite celesti o terrene può solo sopravvivere in quel che rimane della sua opera, e nella memoria di chi lo ha conosciuto amato e stimato. Sono certo, come so che certamente lo siete anche voi, che mio papà resterà vivo ancora molto a lungo in quel che ha contribuito a costruire, e nella memoria e nella forte “eredità d’affetti”  che lascia a tanti, amici, colleghi, consoci, collaboratori, pazienti, ex allievi, conoscenti, non solo a Trieste, non solo ad Aurisina, ma anche a Mestre, a Campolongo, a Lanzo d’Intelvi.

Cimitero di Trieste, 29 novembre 2019


Renata Molinari Ercolessi (1924 - 2021)

Renata Molinari Ercolessi



“Vivi appartato”: per mia mamma questa antica formula non aveva a che fare con l’esortazione dei filosofi, le veniva proprio naturale. Era un atteggiamento talvolta un po’ incomprensibile per chi come me ha sempre vissuto sentendosi profondamente e irrimediabilmente parte, e finché possibile parte doverosamente attiva, nel farsi della storia che ci è toccata in sorte. Ma ho sempre avuto l’impressione che lei, che pure aveva letto avidamente quasi tutto il meglio della letteratura occidentale degli ultimi due secoli e tanta narrativa contemporanea, non potesse o volesse neppure riconoscere di vivere in una storia e in un contesto dati. Così, dava spesso l’impressione di considerare scontate o “naturali”, mai problematiche o influenzate dalle contingenze, tutte le sue scelte di vita e tutte le sue convinzioni.

Era certo, soprattutto, questione di carattere. E aveva anche sempre vissuto all’interno di una cerchia di amiche e di amici, tutti o quasi coetanei, tutti o quasi triestini, tutti o quasi ex compagni di scuola o di università. Era quello, con la famiglia, il suo microcosmo, per decenni immutabile, all’interno del quale soltanto sembrava sentirsi davvero a suo agio. Un microcosmo del quale – mi è stato fatto notare in questi giorni dal figlio di un’altra coppia di quel gruppo di amici – era ormai l’ultima sopravvissuta. Tollerava a fatica tutto quel che potesse perturbare quel microcosmo, e l’inevitabile fluire del tempo, dell’esistenza e della vita pareva sembrarle quasi innaturale. Meno di ogni altra cosa sembrava apparirle possibile che le persone intorno a lei potessero davvero venire prima o poi a mancare.

Io non so neppure come fosse fatto suo padre, il nonno Ettore, morto quando io avevo poco più di un anno, di cui avevo appreso qualcosa più dagli altri nonni e dagli zii che non da lei. Non c’era mai stata nessuna sua foto a casa, perché mia mamma faceva così tanta fatica a elaborare un lutto, che anche a distanza di decenni le fotografie delle persone care scomparse continuavano a causarle più dolore che cari ricordi. Come quelle del nonno Ettore, avrebbe successivamente allontanato dalla sua vista le foto di sua mamma, perfino di mio fratello, e più recentemente quelle del suo fratello Bruno, e da ultimo anche quelle di mio papà.

Ricordo ancora la sua disarmante incredulità quando morì assai precocemente la sua compagna di scuola Silvana, la prima delle sue amiche ad andarsene: pareva che le sembrasse inverosimile che una sua amica e coetanea potesse morire, non solo morire prematuramente.

Ma forse quel suo ritrarsi dalla storia, quel suo tenace rifiuto di contestualizzare, era anche frutto di esperienze che non voleva ripetere.

Il nonno Ettore, per il poco che ne ho appreso, era una singolare figura di autentico self-made man. Da giovanissimo arsenalotto veneziano era già un socialista riformista e turatiano: pacifista convinto, allo scoppio della prima guerra mondiale era almeno riuscito a farsi assumere all’Ansaldo di Genova, allora la principale industria italiana di armamenti, e a evitare così di dover partecipare anche fisicamente alla guerra. Lì aveva incontrato la mia nonna Linda, che, nata a Triora nell’entroterra di Sanremo, aveva frequentato le magistrali a Oneglia, ma poi, anziché maestra, forse a causa della guerra, era diventata telegrafista in un ufficio postale di Genova. Si erano poi trasferiti a Trieste, dove da poco aveva aperto un negozio una loro parente.

A Trieste l’intraprendente nonno Ettore aveva un po’ alla volta impiantato una fabbrica dove il carbone veniva trasformato, da materia prima, nel combustibile con cui a quell’epoca si riscaldavano le case e si cucinava, ed era diventato il principale, se non lunico fornitore di tutti i dettaglianti della città.

Nata nel 1924, mia mamma da bambina e da adolescente aveva vissuto a lungo il disagio di sentirsi divisa e, come diceva, incapace di scegliere, fra la scuola con la sua propaganda di regime, e mio nonno che, prudentissimo fuori delle mura domestiche, pare esprimesse quotidianamente in casa tutto il suo disgusto per il fascismo.

Non altrettanto dubbioso era stato il suo fratello minore, il mio zio Bruno, che a 17 o 18 anni aveva preso parte attiva alla Resistenza del CLN italiano di Trieste, rimanendo anche ferito in una delle azioni cui aveva partecipato contro i nazisti. Tanto che, a guerra finita, venne arrestato dai partigiani jugoslavi, che non tolleravano che gruppi di italiani antifascisti potessero risultare credibili oppositori al regime comunista e nazionalista che intendevano instaurare anche a Trieste. Mia mamma, per fortuna, anziché il francese o il tedesco, era fra i pochi giovani dell’epoca ad avere studiato l’inglese, e riuscì ad andarselo a riprendere sulla jeep di un ufficiale neozelandese cui aveva fatto casualmente da interprete giorni prima, e che si rese immediatamente disponibile. Probabilmente salvò così il mio zio Bruno da una brutta fine.

Forse anche per esperienze come queste, comuni in quegli anni a tanti triestini strattonati fra opposti fanatismi ideologici e nazionalistici, mia mamma lasciò campo libero in seguito alla sua caratteriale diffidenza per il fluire degli eventi esterni alla sua stretta cerchia.

Non senza contraddizioni, però: come per tante signore della sua generazione, già negli anni del boom, se non ancora il femminismo, nuove e più esigenti idee di emancipazione e di autonomia femminile avevano cominciato a farsi strada, non, come spesso a torto si dice, per merito dei movimenti di protesta giovanile, a lungo per lo più biecamente maschilisti, ma attraverso l’industria culturale e i settimanali femminili, più interessati dei sessantottini ai temi che la loro retorica considerava “sovrastrutturali”, e ben più capaci di permeare tutta la società attraverso ceti e generazioni.

Assertiva per carattere ma in qualche modo frustrata dai morbidi e affettuosi condizionamenti familiari e sociali che la avvolgevano, credo che da allora il superego di mia mamma, più emancipato della titolare e della sua concreta vita quotidiana, abbia un po’ sofferto i limiti della sua condizione di casalinga, e magari di casalinga assai privilegiata, lei che, dopo le magistrali, aveva studiato per un anno da privatista per ottenere la maturità scientifica, potersi così iscrivere all’università, a Chimica, e collaborare, pensava, alla gestione della fabbrica paterna. Grazie alle agevolazioni del periodo bellico aveva perfino conseguito la patente D e teoricamente, fino a cinquant’anni, anziché le sue minuscole utilitarie, avrebbe potuto guidare un autobus di oltre dieci metri (fortunatamente, non ci provò mai). Il bombardamento della fabbrica nel giugno 1944, l’obsolescenza del carbone come mezzo di riscaldamento, il matrimonio, certamente felice, e i figli, l’avevano ricondotta a un ruolo che svolgeva con dedizione totale e con amore, un amore così intenso e illimitato da risultare a volte perfino maldestro – sempre, come spesso ripeteva, “facendo del suo meglio” – ma anche un ruolo che forse, sotto traccia, credo abbia sentito o rimpianto come un po’ stretto. Forse anche per questo non le riuscì per nulla difficile simpatizzare con i contenuti del mio passato impegno politico liberalradicale, anche se certamente avrebbe preferito da parte mia scelte di vita più prevedibili e consuete di un assorbente e prolungato impegno politico, un ambito che come detto osservava con diffidenza, e per di più, nel mio caso, su posizioni fortemente minoritarie in Italia (e perfino nel mio stesso partito), e quasi esotiche o indecifrabili per i più.

Come si conveniva alle donne del suo tempo, si era adeguata, magari con qualche ricorrente brontolio, anche alla frenetica routine che mio papà aveva impresso al loro tempo libero, aveva pienamente condiviso la passione per la vela e per lo sci, tutto sommato anche quella per il bridge, meno quella per i viaggi senza sosta in automobile, e ancor meno quella per la pesca sportiva all’alba di fredde e umide domeniche autunnali. Ma per cinque giorni alla settimana e per gran parte della sua giornata la casa era suo dominio riservato: tanto riservato da accogliere sempre con qualche resistenza e riserva qualunque miglioria che mio papà si fosse incautamente azzardato a farle trovare a titolo di “sorpresa” senza prima consultarla.

Così la sua natura riservata aveva a poco a poco trovato una sua dimensione che considerava “naturale”, in strettissima simbiosi con mio papà durante i ben 68 anni del loro matrimonio, tutta interna alla famiglia, alla casa, al microcosmo degli amici, che a poco a poco erano quasi diventati un riparo dal mondo esterno, coltivando intensamente l’hobby della lettura e una grande passione per le piante e i fiori della sua terrazza.

In definitiva, fino al compimento degli ottant’anni, mia mamma ha avuto una vita sostanzialmente serena, che per tanti versi, come mi ha scritto in questi giorni Susanna, poteva apparire invidiabile. Un po’ portata, però, all’opposto di mio papà, a vedere sempre il bicchiere mezzo vuoto piuttosto che mezzo pieno, non so quanto se ne rendesse conto all’epoca. Certamente si convinse retrospettivamente di essere stata fortunata – lo ripeteva anzi spesso – quando, subito dopo, arrivarono improvvisamente e tutte assieme, disgrazie e avversità.

Solo un mese dopo quell’ottantesimo compleanno si ritrovò infatti di fronte alla scomparsa, del tutto inaspettata e imprevedibile, di mio fratello, colto da un’emorragia cerebrale durante una gita. Da quel momento non fu più in grado di riprendersi, nonostante gli sforzi di mio papà, che, anche lui certamente cambiato da allora, aveva cercato però di farle continuare la vita di prima, vela e montagna incluse.

Poco tempo dopo, però, la prima rovinosa caduta per le scale, un gesso che per due mesi le aveva lasciato libere solo le gambe e le dita di una mano; e dovette pure essere operata due volte in due giorni, perché, per non chiamare in aiuto l’infermiera, la sera dopo la prima operazione era scivolata dal letto con tutto il gesso. Fine anche dell’autonomia automobilistica, cui teneva moltissimo. A letto per due mesi, da allora non aveva più potuto camminare come prima. Come e molto più di mio papà, lei, che si era sempre considerata una donna fisicamente sportiva e dinamica, non aveva mai accettato in nessun modo le limitazioni della salute e dell’età. Non aveva mai voluto avere un “piano B”. Purtroppo, rifiutandosi anche, e irremovibilmente, di utilizzare il deambulatore, finì per procurarsi numerose altre fratture, anche perché, dopo il lungo allettamento, le era pure sorta una forte labirintite.

Da allora, per anni si è così autoreclusa, per anni si è rifiutata di uscire di casa e di mostrarsi non più autonoma. Anche perché, come capita a chi vive così a lungo, e vive per lo più in compagnia di soli coetanei, un po’ alla volta aveva perso a una a una quasi tutte le amiche e gli amici di una vita.

Tre anni fa la prima frattura del femore. Operata, e appena cominciata la riabilitazione, di nuovo per non farsi aiutare ad alzarsi dall’infermiera, un’altra caduta e un’operazione all’altro femore. A quel punto non ha più potuto camminare per nulla, neppure aiutata, e intanto erano incominciati i ricoveri più seri di mio papà, fino a quello finale, che per lei è stata la mazzata finale.

Gli ultimi due anni sono stati per lei un insopportabile calvario. Rientrata a casa senza più mio papà e senza poter fare più nulla senza essere aiutata e assistita, non si riconosceva più in se stessa e ripeteva continuamente che non ne poteva più: all’opposto di mio papà, che davvero fin quasi  all’ultimo avrebbe voluto continuare a vivere. Da assertiva, almeno nei propositi, come era sempre stata, era diventata totalmente rassegnata e remissiva. Nessuno riusciva a sollevarle il morale, neppure le visite, l’affetto e l’assidua dedizione della cara Tatiana, cui mi dispiace davvero di aver dovuto chiedere di non frequentarla per mesi a causa della pandemia, e neppure le cure della signora Julia, e delle sue amiche e colleghe che l’hanno sostituita per brevi periodi, che, sempre capace di un sorriso, ha saputo profondere nel suo lavoro doti davvero non comuni di umanità, premurosità, gentilezza, empatia, discrezione e disponibilità. Da questo punto di vista, pur nella tristezza della sua condizione negli ultimi due anni, mia mamma ha avuto almeno questa fortuna, e almeno di questo è stata consapevole e riconoscente.

Quanto a me, ho fatto quel che ho potuto, ma so bene che lei avrebbe avuto bisogno di un figlio molto più sentimentalmente estroverso di me e molto più capace di esprimere affetto anche fisicamente.

Non so se per lei sia stato un bene o un male, ma è rimasta sostanzialmente lucida e del tutto consapevole fino a tre o quattro mesi fa, conservando perfettamente funzionanti fino all’ultimo sia la vista che l’udito. Si è spenta lentamente e progressivamente, per fortuna senza dolori fisici. Sono però consapevole che, se si fosse potuta risparmiare gli ultimi anni, il bilancio finale della sua vita sarebbe stato molto più felice.

Tutti coloro che ne hanno conosciuto in vita la bontà d’animo, la generosità, la simpatia, la gentilezza, la sensibilità e l’amabilità conserveranno di lei il più caro dei ricordi.

Cimitero di Trieste, 7 ottobre 2021

 

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