L’Unione Europea di fronte alla rielezione Trump
di Giulio Ercolessi
Uno
dei luoghi comuni
più abusati dei “sovranisti” contro i
federalisti europei è quello di accusarli
di essere sempre stati privi di realismo, per aver cercato di costruire
l’Europa partendo dall’economia e dai mercati
anziché da quel che da sempre costituisce
il fulcro dell’esercizio della sovranità: una
politica estera, una difesa, e
quindi anche proprie forze armate. Neppure la moneta comune –
altro tratto
tradizionalmente proprio della sovranità – avrebbe
potuto surrogare quella
pretesa iniziale ingenuità su cui l’intera
struttura non avrebbe potuto mai
reggersi.
L’obiezione,
come molte
altre obiezioni degli antieuropei, era ed è fondata
sull’ignoranza. Il passo
iniziale dei processi di integrazione, la Comunità Europea
del Carbone e
dell’Acciaio, non era affatto, né era stata
intesa, come un primo passo di
natura meramente economica, bensì come la messa in comune
delle materie prime
su cui si era fondata la competizione militare fra gli europei nel
secolo
precedente. Il secondo passo avrebbe dovuto essere precisamente la CED,
Comunità Europea di Difesa.
Negli
anni iniziali della
contrapposizione fra i blocchi, erano anche gli Stati Uniti a spingere
gli
europei occidentali a dotarsi di uno strumento che consentisse una
stretta
integrazione nel campo della difesa, che li avrebbe inevitabilmente ben
presto
obbligati a dotarsi di una comune politica estera. E quindi,
necessariamente,
di istituzioni di fatto o di diritto federali, ben più che
di una semplice cooperazione
fra Stati pienamente sovrani.
Gli
Stati Uniti usciti
vincitori dalla seconda guerra mondiale, e, fra i vincitori, gli unici
ad
uscire economicamente rafforzati anziché tramortiti dal
conflitto, avevano
imparato la lezione, e non ripeterono l’errore commesso alla
fine della guerra
precedente. Allora il Senato americano si era rifiutato di ratificare
il patto
della Società delle Nazioni voluto dal Presidente Wilson, e,
come i successori repubblicani
di quest’ultimo, aveva optato per l’isolazionismo.
Un isolazionismo che aveva
raggiunto espressioni estreme proprio negli anni immediatamente
precedenti la
seconda guerra mondiale, quando un possente movimento politico, che
aveva i
suoi leader di spicco in Charles Lindbergh, l’eroe nazionale
che per primo
aveva trasvolato l’Atlantico in solitario, e nel principale tycoon
dell’epoca Henry Ford, aveva insidiato
l’establishment democratico e
l’Amministrazione Roosevelt all’insegna dello
slogan “America
first”,
propugnando una politica pacifista e di assoluta
neutralità formale che celava a mala pena un orientamento
apertamente
filonazista.
Proprio
il disimpegno
americano dall’Europa spossata dalla Grande Guerra aveva
permesso le prime
mosse revansciste dei nazisti subito dopo il loro avvento al potere. La
prima
disposizione del trattato di Versailles attaccata dal regime nazista fu
quella
riguardante la smilitarizzazione della Renania. L’entrata
delle truppe naziste
in Renania avrebbe potuto agevolmente essere respinta dalle potenze
vincitrici,
dato che la ricostituzione delle forze armate tedesche era ancora ai
primi
passi. Ma il governo francese non se la sentì di intervenire
senza il sostegno
di quello britannico; e quello britannico non se la sentì a
sua volta di farlo
senza poter contare sull’appoggio americano.
Così
i gerarchi nazisti
vinsero la loro scommessa, riconoscendo, in privato, come si seppe dopo
la fine
della seconda guerra mondiale, che, se gli alleati si fossero mostrati
pronti
ad opporsi militarmente, non avrebbero avuto altra scelta che di
ritirarsi in
buon ordine e di rinviare sine die
gli
altri progetti di aggressione.
Dopo
la
rimilitarizzazione della Renania fu solo questione di tempo.
Ricostituite le
forze armate violando i trattati, per i nazisti fu la volta
dell’Austria, dei
Sudeti, della Cecoslovacchia, del Memelland. Quando si
trattò della Polonia, i
nazisti ormai ritenevano che il copione si sarebbe ripetuto, e che le
“imbelli
demoplutocrazie giudaico-massoniche
dell’Occidente”, edoniste, individualiste e
pacifiste, di nuovo non si sarebbero mosse, nessuno dei loro cittadini
sarebbe
stato disposto a “morire per Danzica”: azzardo dopo
azzardo, la Germania
nazista avrebbe avuto campo libero ancora una volta.
L’ultimatum
franco-britannico di fronte all’invasione della Polonia fu,
per l’establishment
nazista, una sorpresa del tutto inaspettata. Inebriati dai successi, i
nazisti non
erano consapevoli che la corda non poteva essere tirata
all’infinito. Ancor
meno ritenevano che l’Amministrazione Roosevelt, alla guida
di un’America
isolazionista da un ventennio, avrebbe cominciato a sostenere
economicamente la
Gran Bretagna prima ancora di essere spinta nella guerra
dall’attacco
giapponese a Pearl Harbour.
Anche
dopo la fine
della seconda guerra mondiale, il primo naturale riflesso americano
sarebbe
stato quello di ritirarsi nuovamente dall’Europa, di
riportare i soldati a casa
e di godersi i dividendi della pace. Ma l’errore del primo
dopoguerra non fu
ripetuto nel secondo. Di fronte all’occupazione sovietica
dell’intera Europa
centrorientale e all’instaurazione di regimi fantoccio in
tutti quei paesi, gli
Stati Uniti promossero una nuova architettura internazionale, di cui le
aspirazioni federaliste e democratiche di una parte significativa
dell’antifascismo europeo avrebbero potuto essere un
ingrediente determinante.
Costruita l’Alleanza atlantica, era opportuno aiutare e anzi
spingere gli
alleati a costruirne un solido pilastro europeo.
La
CED avrebbe dovuto
essere il cardine di quel pilastro, e l’embrione di una
federazione politica
europea ne sarebbe stato una conseguenza naturale.
Abbastanza
per coalizzare
contro la CED tanto i “sovranisti” quanto i
“partigiani della pace”
filosovietici dell’epoca. Nell’agosto del 1954,
settant’anni fa, un’occasionale
coalizione di gollisti e comunisti nell’Assemblea Nazionale
francese affossò
definitivamente la CED e, con essa, il più promettente
strumento di una corsia
veloce verso la Federazione Europea. Faute de mieux,
il progetto europeo
sarebbe stato rilanciato di lì a poco sul piano economico,
con i Trattati di
Roma, ma dalla sconfitta della CED non ci siamo più ripresi
da allora, come e
più che dalla sconfitta, sempre in Francia e questa volta
per effetto di un
voto referendario, del progetto di Costituzione nel 2005.
Con
questo credo si
possa considerare sfatato anche un altro luogo comune sempre ripetuto
in chiave
consolatoria, quello secondo cui l’integrazione europea
progredisce sempre
“grazie” alle sue crisi. Più che di
progressi, si tratta quasi sempre di rimedi
che tendono a salvare il salvabile, escogitati dalla parte
più responsabile
dell’establishment europeo, che si rende – o forse
si rendeva? – conto che per
continuare ad esistere nel mondo globale gli europei sono posti di
fronte a una
scelta ovvia: integrarsi o perire. Così il MEC dopo il
fallimento della CED, il
trattato di Lisbona dopo il fallimento del progetto di Costituzione.
Per
quel che riguarda
la politica estera e di difesa, fra sprechi immani di risorse in spese
militari
tanto ingenti quanto inefficaci, gli europei occidentali, e
dall’89 anche
quelli centrorientali, per ottant’anni hanno fatto da mero
puntello a una
difesa del continente fornita dagli Stati Uniti e pagata dai
contribuenti
americani.
Gli
europei, più che
per la loro difesa, pagavano per sei, poi dodici, ora ventisette
piccoli
eserciti, piccole aviazioni e quasi ventisette piccole marine militari
(quasi,
solo perché qualcuno dei paesi membri non è
bagnato dal mare), altrettanti
stati maggiori, servizi, disparati sistemi d’arma, industrie
di riferimento,
ecc. ecc. Risorse complessivamente ben superiori alla stessa spesa
militare
russa, almeno fino all’inizio della guerra contro
l’Ucraina, ma disperse ai
quattro (o 27) venti in modo avventato, del tutto irresponsabile, e per
questo del
tutto inefficiente, o almeno molto meno efficiente di quel che si
potrebbe
ottenere a parità di spesa
E
tuttavia i governanti
europei non hanno mai mancato di allarmarsi e lamentarsi quando
l’attenzione
strategica degli Stati Uniti sembrava loro rivolgersi troppo
all’Asia e distrarsi
un po’ dall’Europa. Per bizzarro che oggi possa
sembrare, le prime
preoccupazioni in questo senso vennero manifestate addirittura negli
anni della
presidenza Eisenhower, poi ai tempi del Vietnam, poi di nuovo
all’inizio del
primo mandato di Clinton, quando Segretario di Stato era Warren
Christopher. In
realtà, almeno dai tempi di Nixon, gli americani avevano
già perduto gli
entusiasmi e maturato una certa diffidenza per l’integrazione
europea: doveva
pure avere qualche conseguenza la battuta di Kissinger “non
vogliamo gli Stati
Uniti d’Europa, vogliamo l’Europa degli Stati
Uniti”. E il progressivo
spostamento di attenzione e risorse americane dall’Atlantico
all’Indopacifico
non è certo nato oggi. I governi e i cittadini europei si
sono però sempre
cullati nell’illusione che alla fin dei conti alla nostra
sicurezza avrebbero
sempre provveduto i governi e i contribuenti americani. Tanto valeva
interessarsi
a cose più popolari fra l’elettorato, e occuparsi
d’altro.
Quanto
ai militaristi, che
pure si annidavano non solo nell’estrema destra, quel che
contava, finché è
esistito, è stato il mantenimento del costoso, farraginoso e
inutile moloch della coscrizione
militare forzata
di massa, del tutto inefficace ai fini della sicurezza o della difesa,
ma
funzionale all’indiscriminata imposizione alla popolazione
giovanile – solo a
quella maschile, peraltro – di un adeguato periodo di
diseducazione alla
pratica e ai valori della democrazia liberale: diseducazione
controproducente
per i fini previsti dai suoi sostenitori, ma ancor più ai
fini della costruzione
di una consapevole educazione alla cittadinanza coerente con i principi
delle
nostre democrazie liberali. E ai militaristi di destra si univa una
sinistra
che si ostinava pateticamente a difendere, contro ogni evidenza
empirica, il
principio dell’“esercito di popolo” di
remota matrice rivoluzionaria.
Oggi
siamo arrivati al redde
rationem. Erano anni e decenni che,
comprensibilmente, gli americani
si dolevano dello scarso impegno degli europei nel campo della difesa,
ma,
finché hanno continuato a coltivare ambizioni di egemonia
globale, non solo
economica ma anche politica e culturale, hanno ritenuto che, per loro,
il gioco
valesse la candela. Ora che il vecchio isolazionismo, tradizionale nel
Partito
repubblicano, è riemerso radicalizzato dopo la parentesi
della stagione neocon e i suoi
disastri, ora che il
trumpismo tende a sbarazzarsi dei principi e valori etico-politici di
cui, pur
tra mille contraddizioni, gli Stati Uniti avevano preteso di essere
esempio e
impersonificazione, ora che Trump (un po’ come
già, si
parva licet, il suo fan nostrano
Salvini ai suoi tempi d’oro) mostra di sentirsi in maggiore
sintonia con tutti
i peggiori autocrati e con le democrature di tutto il mondo che non con
gli
alleati occidentali, gli europei si trovano improvvisamente nudi e
indifesi.
Indifesi proprio nel momento di massima debolezza politica ed economica
di
quelle che sono state per decenni le democrazie e le economie
più stabili del
continente.
E
questo avviene
proprio quando un nuovo imperialismo russo, che non fa mistero di
volere la sua
revanche,
si fa aggressivo come non lo era stato
neppure negli anni della Guerra Fredda. Anche Putin convinto, in questo
proprio
come un tempo i nazisti, che le democrazie liberali, consumiste,
edoniste,
individualiste, e “quindi” imbelli e pacifiste, non
muoveranno un dito contro
le sue pretese: tanto da stupirsi del sostegno, anche solo meramente
economico,
fin qui fornito all’Ucraina selvaggiamente aggredita. Tutte o
quasi le forze
politiche italiane si sono levate in difesa del Presidente Mattarella,
attaccato frontalmente dai portavoce del regime di Putin per avere
messo in
luce le sinistre analogie fra la politica estera hitleriana e la
brutale
aggressione all’Ucraina, ma questo è quasi materia
di ordinaria amministrazione,
se paragonato all’offensiva che, anziché
dall’avversario pluridecennale
dell’Occidente, arriva da quello che fino allo scorso gennaio
era stato per
ottant’anni il suo centro.
Non
si tratta solo di
“ingerenze” incompatibili con il rispetto fra paesi
alleati o con le normali
regole della diplomazia. Il primo mese della seconda Amministrazione
Trump ha
il marchio dell’aggressività nei confronti di
tutte le democrazie liberali e
dell’appeasement nei
confronti delle
dittature e degli autocrati. Ha messo in chiaro che d’ora in
avanti l’Europa,
quanto meno, non può più contare sugli Stati
Uniti come negli ultimi
ottant’anni, e che i principi su cui si sono fondati, almeno
formalmente,
l’identità etico-politica e il soft power
dell’Occidente
globale, a cominciare dal rispetto del rule of law
e dei freni e contrappesi costituzionali, e dal ripudio dei
totalitarismi, non
costituiscono più, neppure al fondo, neppure in linea di
principio, uno
scontato orizzonte condiviso. L’Occidente, dopo solo un mese
di Trump 2, è
disgregato. Trump potrà anche passare, potrà
anche magari non controllare più
il prossimo Congresso, fra due anni; il suo successore potrà
anche tornare ai
vecchi principi condivisi nei quattro anni che seguiranno. Ma sugli
Stati Uniti
gli europei non possono e non potranno più contare come fin
qui era assolutamente
scontato. Dopo il Trump 2, l’affidabilità del
principale alleato non potrà mai
più essere data per scontata.
Il
governo del mondo
può d’ora in avanti essere l’affare di
una trattativa o di uno scontro fra
autocrati, e i ventisette nani europei possono essere trattati, come
forse si
sono meritati, come vasi di coccio. Oggi più che mai la sola
alternativa
possibile è una resipiscenza collettiva degli europei, di
cui al momento non si
vede però traccia, non verso “politiche
condivise” in materia di difesa e
sicurezza, ma verso una politica di difesa e di sicurezza, e scelte di
politica
economica, comuni a livello federale. Almeno con chi ci sta nel quadro
di
urgentissime “collaborazioni rafforzate”, che
però si affidino a decisioni
nella sostanza federali e non agli attuali meccanismi decisionali
fondati sulla
mera concertazione fra governi statali o su decisioni unanimi fra i
governi.
Quanto
alla difesa,
sarà pure inevitabile spendere di più, ma
continuare a farlo nel modo
stupidamente dispersivo gradito ai governi e alle loro clientele
costituirebbe
solo uno spreco ulteriore.
Se
gli europei vogliono
sopravvivere e far sopravvivere il loro modello di civiltà
politica, questo è
probabilmente il momento dell’ultima chiamata. La sola
alternativa è la perdita
totale, per tutti, di ogni possibile sovranità democratica e
un destino di
vassallaggio, in cui i “capi di Stato e di governo”
potranno continuare a
pavoneggiarsi come tali, ma saranno nella sostanza pari ai governatori
di
Puerto Rico o ai vecchi “capi” dei paesi del Patto
di Varsavia.
Marzo 2025
da
Rassegna Europea, rivista dell’Accademia Europeista del
Friuli-Venezia
Giulia, anno XXXI n. 54 Maggio 2025, pubblicato con il titolo “L'Unione
Europea dopo le elezioni americane del 2024”.

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