Trumpismo e putinismo all’assalto dell’Unione Europea, via social
di Giulio Ercolessi
In
cinque dei sei maggiori paesi
europei – Francia, Germania, Regno Unito, Italia, Polonia,
Spagna – risultavano
in testa nei sondaggi elettorali di ottobre i partiti della destra
antieuropea:
partiti sovranisti, post o neofascisti o tradizionalisti, xenofobi e
omofobi. Solo
in Spagna in testa ai sondaggi si trovava un partito di destra
tradizionale
che, benché abbia anch’esso in parte le proprie
origini in un’ala del regime
franchista, magari un po’ meno radicale di altre, fa parte
del Partito Popolare
Europeo e non di uno dei gruppi europei della destra estremista.
Proprio quando
la nascita di un vero soggetto politico europeo sulla scena del mondo
è per gli
europei condizione di sopravvivenza, l’ostilità
dell’elettorato e della classe
politica verso ogni possibile approfondimento (o ritorno, nel caso del
Regno
Unito) dell’integrazione europea sembra quindi destinata ad
aggravarsi.
Il
sovranismo – le sovranità ingessate
dei vecchi Stati nazionali, al posto di una sovranità
europea – sono il gancio
a cui molti europei sembrano intenzionati a impiccarci tutti. E infatti
la
Presidente del Consiglio italiana si è da poco espressamente
pronunciata per il
mantenimento del diritto di veto nei trattati, posizione mai
così esplicita e
che inverte la direzione verso una sempre maggiore integrazione, tenuta
per
decenni dalla Repubblica italiana.
Oltre
oceano, l’alleato tradizionale
e di gran lunga più potente degli europei – quello
che per quasi ottant’anni si
è fatto carico della loro difesa e dei relativi costi
– dopo la seconda
elezione di Trump non può più, quanto meno,
essere ancora considerato
affidabile. Era l’alleato che, dalla fine degli anni Quaranta
e per un
abbondante ventennio, aveva fortemente spinto gli europei nei primi
passi verso
l’integrazione; anche se da parecchi decenni non appariva
più entusiasta, per
usare un eufemismo, dei passi successivamente compiuti dai piccoli
europei in
quella stessa direzione. Oggi l’Amministrazione Trump non
nasconde neppure di vedere
negli europei e nell’UE un avversario commerciale e in buona
parte anche
politico. Il secondo aspetto è meno rimarcato soltanto
perché, realisticamente,
Trump vede nell’Europa un significativo attore commerciale ma
un trascurabile
soggetto politico. Ma, non per caso, lo smantellamento puro e semplice
dell’UE
è al centro dei propositi e dei documenti delle fondazioni e
delle lobbies
americane ed
europee che sostengono Trump, così come è al
centro della politica di Putin.
UE
e USA sono rosi dallo stesso
tarlo che credo sia la causa principale della crescita inarrestabile
della ciarlataneria
populista. Si tratta di un aspetto troppo strutturale del nostro tempo
e delle
nostre vite perché se ne possa intravedere un superamento.
Sono gli stessi attuali
strumenti della socializzazione dei cittadini alla politica che
sembrano
intrinsecamente incompatibili con la buona salute –
probabilmente con la
sopravvivenza – della democrazia liberale e costituzionale.
Il
mezzo della socializzazione dei
cittadini alla politica in tutti i nostri paesi non sono più
i partiti e le
loro articolazioni associative o sindacali, e neppure più i
media televisivi,
all’ombra dei quali, pure, la ciarlataneria populista
è stata incubata e ha
vissuto i suoi primi successi. Oggi la maggior parte degli elettori si
forma
un’opinione attraverso i social media.
Questo
strumento è potuto sembrare
alla sua nascita portatore di uno straordinario progresso civile, dando
voce a
ciascuno e consentendo, sembrava, di assicurare livelli di
partecipazione al
dibattito pubblico inimmaginabili prima di allora.
Ancora
oggi, sotto i regimi più
oppressivi e totalitari, i social possono sembrare l’ultima
possibilità data ai
cittadini di quei paesi di non soccombere interamente
all’oppressione.
Purtroppo
lo strumento si è
convertito, nel giro di pochi anni, nel suo contrario. La
possibilità di
individualizzare la propaganda politica sulla base degli interessi e
delle
priorità del singolo utente da un lato ha provocato la
scomparsa di un’arena di
discussione pubblica, in cui tutti potessero essere messi a confronto
con
opinioni diverse dalle proprie; dall’altro ha messo nelle
mani di pochi potentissimi
attori politici, economici e statuali, e soprattutto di regimi
totalitari o
autoritari, strumenti di condizionamento e di persuasione di inaudita
potenza,
di natura essenzialmente emotiva, capaci di determinare gli
orientamenti delle
opinioni pubbliche anche all’interno dei paesi ancora
democratici,
condizionandone le scelte elettorali anche dall’estero.
Inoltre, anziché aprire
le menti e le frontiere, ha confinato gli utenti all’interno
di comunità fra
loro contrapposte, costruite dagli algoritmi, sempre più
ostili le une alle
altre, fino al punto di ridurre al minimo la coesione sociale delle
democrazie
liberali e la condivisione da parte dei loro cittadini elettori di
minimi valori
etico-politici comuni, e di sgretolare il consenso generale sulla
necessità di
rispettare le regole della convivenza democratica e costituzionale,
impedendone
perfino qualunque interpretazione condivisa e razionale. Parlare di
comunità
nazionali comincia a non avere più alcun senso, dato che non
esiste più al loro
interno alcuna condivisione di principi e valori di fondo.
E
anche nei paesi governati da
regimi liberticidi, il ricorso ai social, per quanto protetto dai
più
sofisticati software difensivi, rischia sempre più di
tramutarsi in un
insidioso strumento di controllo e di sorveglianza anziché
di elusione
dell’oppressione.
È
il funzionamento stesso delle
piattaforme a provocare segmentazione, polarizzazione e crescita
esponenziale
degli estremismi. Sono le notizie che provocano maggiore paura sociale
o
indignazione a suscitare naturalmente più interesse, ad
avere quindi più
successo e ad essere più capillarmente divulgate.
Altrettanto non può capitare
ad argomentazioni complesse e razionali, che richiedano qualche sforzo
di comprensione
e di assimilazione, qualche minuto di attenzione, l’eventuale
messa in
discussione dei propri pre-giudizi. Così, senza bisogno di
censure o divieti,
la moneta cattiva scaccia sistematicamente quella buona. Non solo i
contenuti
razionali dei social vengono scalzati da quelli emotivi e
propagandistici, o,
ancor più, falsi ma suggestivi: i social in generale
soppiantano del tutto
l’informazione professionale. Non che quest’ultima
non avesse fatto molto per
screditarsi da sé, e in Italia più che altrove;
ma lo spostamento della gran
parte dell’informazione sui social ci ha fatti sprofondare
sempre più in un
regime di “post-verità”. Tanto che non
si salvano neppure la medicina o
qualunque altro sapere scientifico o umanistico.
È
perfino patetico che le grida di
allarme che sempre più spesso vengono lanciate a proposito
della dipendenza
informativa da social si focalizzino sempre ed essenzialmente sulla
tutela dei
minori. Che questi ultimi siano fra le prime vittime di questo perverso
meccanismo
è probabilmente vero. Ma solo un presuntuoso paternalismo
può far illudere che
ventenni, quarantenni e ottuagenari, genitori, nonni e bisnonni,
dispongano, in
questo campo, di difese immunitarie molto maggiori di quelle degli
adolescenti.
Solo chi è munito di un’assai strutturata cultura
politica storica e civile può
forse considerarsi in qualche modo al riparo, ma tale condizione, lungi
dall’essere comune a tutti i cittadini adulti, è
patrimonio, oggi come ieri, di
piccolissime minoranze. Almeno per quel che riguarda la partecipazione
e la
socializzazione politica, la grande maggioranza
dell’elettorato adulto è
altrettanto indifesa e vulnerabile quanto lo sono i ragazzini, e forse
ne è perfino
meno consapevole.
Chi
dirige il traffico ha buon gioco
a indicare come pungiball principale proprio le istituzioni europee, su
cui da
decenni già i governi statali avevano scaricato la
responsabilità di tutte le
scelte impopolari e necessarie cui si sapevano costretti dalle
circostanze ma
che non volevano accollarsi. I bot trumpiani e putiniani hanno potuto
infilare
i loro coltelli e missili nel burro.
A
ciascun utente di un social viene
proposto il collegamento con utenti che ne condividano grosso modo gli
orientamenti. Per conseguenza, qualunque sia la posizione di partenza
– e molto
spesso la posizione di partenza è modellata sul rozzo
dibattito pubblico di
questi anni com’è presentato anche dagli stessi
media tradizionali – l’utente
si ritroverà sempre “al centro” della
sua rete di interlocutori e riterrà
quindi sempre di trovarsi in un “giusto mezzo”. Per
quanto estrema possa essere
stata la sua posizione politica di ingresso, essa non gli
sembrerà mai tale.
Chi, per esempio, entra in un social da posizioni piuttosto
“euroscettiche”
(anche quando la definizione non sia, come il più delle
volte è, un eufemismo
per “antieuropee”), si troverà
circondato magari da euroscettici un po’ più
moderati di lui e da altri molto più radicali. Assediato da
post disinformati e
da semplici fake news,
dato che i post più
sensazionalistici avranno sempre la meglio, e dato che il “bias di conferma” lo
porterà a considerare credibili quelli più
antieuropei, finirà per radicalizzarsi sempre
più, assieme a tutto il suo
gruppo di interlocutori; e senza nemmeno rendersene conto,
perché all’interno
della bolla la sua posizione gli apparirà
“ragionevole” e “mediana”
rispetto a quelle
degli altri membri della cerchia costruita dagli algoritmi
tutt’attorno a lui.
È
difficilissimo perfino immaginare
i possibili rimedi. Sradicare fake news e hate speech,
instaurare almeno qualche seria forma
di fact-checking,
quand’anche
ve
ne fosse la volontà,
richiederebbe l’impiego di un numero spropositato di
controllori, si
presterebbe ad abusi illimitati a danno della libertà di
espressione, metterebbe
nelle mani di soggetti privati smisurati poteri di censura e
susciterebbe
reazioni che renderebbero questi “rimedi” del tutto
controproducenti. Rendere i
social compatibili con un civile e razionale government by discussion
pare un obiettivo ormai irrealizzabile.
Probabilmente
la democrazia liberale
poteva sembrare essersi radicata nei nostri paesi – una
novità nella storia
umana, anche se pochi ne sono consapevoli – solo grazie alla
presenza di forti
partiti politici organizzati, che, con tutti i loro tremendi difetti,
erano
però in grado di fornire agli elettori svantaggiati
– che sono sempre stati la larga
maggioranza – una maniglia cognitiva che li metteva in
condizione di compiere
scelte semplificate ma tuttavia dotate di qualche minima coerenza e
razionalità, in sintonia con qualche, magari rudimentale,
scelta valoriale e
intuizione politica del mondo da parte di ciascuno di loro. E i partiti
tradizionali erano anche, bene o male, i canali della formazione di
classi
politiche avvertite della necessità di rispettare
prudentemente qualche argine
costituzionale. Di rendersi conto, un po’ alla volta e
più o meno chiaramente,
che per i piccoli europei l’integrazione federale era, ed
è sempre più, la sola
alternativa alla sovranità limitata e al vassallaggio. Ma
oggi i partiti
politici sono sostanzialmente scomparsi, i social ne hanno preso il
posto, e la
maggioranza degli elettori, cui viene sempre più chiesto di
scegliere non fra
proposte espressione di culture politiche riconoscibili, ma fra
aspiranti
ometti della Provvidenza, è portata a prediligere i
candidati più incompetenti,
perché e in quanto assomigliano di più a tutti
gli altri utenti della propria
comunità virtuale. Parlano lo stesso linguaggio
approssimativo, inadeguato ad
affrontare la complessità e la realtà,
irresponsabile ma efficacissimo a fini
elettorali.
Certo,
ci saranno qua e là
ricorrenti momenti si saturazione e di rigetto – come, in
parte, è appena
accaduto in Olanda – ma sembra ormai ineluttabile ovunque un
ulteriore e
progressivo deterioramento tendenziale della qualità media
delle classi
politiche e un corrispettivo aumento del tasso di ciarlataneria
politica. Il
nostro futuro prossimo è sostanzialmente questo.
Per
di più, a rendere questo perverso
meccanismo sempre più letale sono gli attori politici,
spesso entità statali
autoritarie – nel peggiore e più frequente dei
casi intenzionalmente favoriti
da algoritmi il cui funzionamento è coperto dal segreto
industriale – che hanno
la possibilità di intervenire nei social mobilitando milioni
di falsi accounts,
dietro i
quali si nascondono persone fisiche pagate un tanto al post o, sempre
più
spesso, bot governati dall’intelligenza artificiale. La
vicenda che ha visto
protagonista Cambridge Analitics
non è stata che un prodromo, di cui
si è appena avvistata la punta dell’iceberg. Un
mero prodromo, però già
largamente responsabile tanto della duplice elezione di Trump quanto
della
Brexit e della pandemia di umori antieuropei.
Oggi
l’intento comune, tutt’altro
che occulto o celato, tanto del mondo trumpiano quanto di quello
putiniano, e
della Destra religiosa internazionale che entrambi sostiene,
è la
disarticolazione della democrazia liberale e costituzionale che ha
ormai il suo
ultimo consistente baluardo mondiale nell’Unione Europea:
disarticolazione delle
libertà individuali, delle libertà civili e
politiche, dei freni e contrappesi
istituzionali che soli possono garantirle, degli argini
all’arbitrio illimitato
dei “capi”, della libertà accademica e
della libertà dei media, dei diritti delle
donne, dei gay, delle minoranze, della laicità delle
istituzioni pubbliche;
della stessa possibilità di discussione argomentata e
razionale di politiche
economiche, o dei loro necessari coordinamenti sovranazionali. Una
disarticolazione complessiva della nostra vita civile, che ha il suo
primo e
fondamentale strumento proprio nel controllo a tale scopo dei social
media, e
che può avvalersi, come non era mai stato possibile prima
d’ora, della
collaborazione inconsapevole eppure attiva dei propri stessi bersagli.
Collaborazione
che si produce anche
su un altro versante. A fronte della radicalizzazione nazionalista,
autoritaria
e illiberale della destra esplicitamente tradizionalista o estrema, si
assiste,
in parte per reazione spontanea, in parte probabilmente
perché anch’essa
funzionale all’annichilimento politico della democrazia
liberale europea, perseguito
con ogni mezzo e camuffamento da trumpismo e putinismo, a una
radicalizzazione
simmetrica di una nuova “nuova sinistra” populista,
che però si fa strada anche
nell’alta cultura, che carica le democrazie liberali della
responsabilità di
tutti i mali del mondo e che rinnega l’universalismo dei
diritti per
legittimare, in nome del ripudio dell’eredità del
colonialismo, nuovi recinti
comunitaristici virtuali e fisici all’interno dei quali
diventi di fatto lecito
rinchiudere chi – inclusi apostati, donne, minori,
omosessuali – sia refrattario
ad accettare la tirannia delle feroci regole sociali imposte dalle
culture
tradizionali, che vengono loro, di fatto se non di diritto,
imperativamente ascritte
dai “decoloniali” non meno che dagli ambienti di
provenienza. All’insorgenza
nazionalpopulista si contrappone, come unica alternativa, una bolla
intollerante di ogni dissenso o distinguo al suo interno, aggrappata ai
suoi
schematici dogmi conformistici, tic linguistici, parole
d’ordine e vuoti
paradigmi corrivi, come e più che ai tempi della vecchia
sinistra dottrinaria
veterocomunista, o di quella sessantottina e postsessantottina. Un
altro modo,
simmetrico al primo, di comprimere e svuotare le libertà
europee e di privare
di ogni credibilità un’alternativa di governo al
populismo trumpiano e
putiniano.
Che
l’intento comune del mondo
trumpiano e di quello putiniano di distruggere l’Unione
Europea riesca a
trovare, soprattutto attraverso e grazie ai social – e in
questo caso in Italia
molto più che altrove – collaboratori che si
credono progressisti lo dimostra
anche il fatto che molti di loro non riescono neppure a vedere un
evento enorme
come l’aggressione dell’Ucraina da parte del regime
di Putin, che ha nel
mirino, e neppure velatamente – basterebbe leggere i discorsi
dello stesso
Putin – il ripristino del proprio dominio geopolitico almeno
su quella parte
dell’UE che era un tempo prigioniera dell’impero
sovietico, e una
“finlandizzazione” della parte restante. Non
riescono neppure a vedere la
guerra ibrida già direttamente messa in atto dal regime di
Putin contro
l’Europa, e ne cancellano anzi in tempo reale,
all’istante, ogni mossa: non si
vede neppure la più pallida ombra
dell’indignazione che suscita la vicenda di
Gaza, così come non ne avevano suscitata alcuna i massacri e
le disintegrazioni
di Groznyj e di Aleppo.
È
l’idea etico-politica di Occidente
quel che il mondo trumpiano sta demolendo, assieme a quello putiniano,
soprattutto attraverso i social. Almeno se per Occidente intendiamo
quello che
negli ultimi ottant’anni abbiamo conosciuto come nostro
comune senso di
individualità storica (i nazionalpopulisti lo chiamerebbero
“identità”): quello
cui avevano dichiarato guerra i nazifascisti prima
(“Scendiamo in campo contro
le democrazie plutocratiche e reazionarie
dell’Occidente” fu detto il 10 giugno
del 1940), e il totalitarismo comunista poi nella guerra fredda.
I
nazionalpopulisti, nella loro
neolingua orwelliana, chiamano Occidente – e i
“progressisti” che l’Occidente detestano
accettano sostanzialmente questa concezione – proprio il loro
regressivo sogno comunitarista
che ripudia insieme costituzionalismo, liberalismo, individualismo,
libero
scambio, modernità, illuminismo, universalismo dei valori e
del welfare, secolarizzazione
e laicità: cioè proprio l’approdo
dell’Occidente degli ultimi tre secoli. In
nome di un loro presunto “Occidente” immaginario
che ne è la negazione, e che somiglia
tanto allo stereotipo negativo che per decenni avevamo identificato con
gli
“Orienti” che ci eravamo costruiti, magari con
molta approssimazione: con
quello comunista prima, e più di recente con quello
islamista. E infatti, per
quanto acerrimi nemici per l’egemonia, l’islamismo
fondamentalista e la Destra
religiosa che si dice “giudaico-cristiana”, e che
anima e riveste di panni
ideologici tradizionalisti i disegni imperiali del trumpismo e del
putinismo,
con le loro propaggini e i loro clienti e potenze subalterne, tendono
ad
assomigliarsi sempre più, come si comincia già a
intravedere nel sanguinoso
conflitto del nostro più Vicino Oriente.
Sarà
possibile rovesciare questa
deriva, almeno all’interno della nostra Unione? Ricostruire
una società civile
europea e una classe politica europea consapevoli e
all’altezza della sfida? Se
una diagnosi lucida è condizione preliminare e necessaria
per poter pensare a
qualunque possibile terapia, la prognosi, al momento, è
quanto meno riservata.
Novembre 2026
da
Rassegna Europea, rivista dell’Accademia Europeista del Friuli-Venezia
Giulia, anno XXXI n. 55 Dicembre 2026

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