Roma,
27 novembre 2008
Costo
dell’intermediazione politica
e sostenibilità del modello sociale europeo in
sanità
Intervento
di Giulio Ercolessi per
la Fondazione Critica liberale, nella conferenza internazionale
“Per una
politica sanitaria europea / Health Care Policy and
Fundamental Rights in Europe”,
organizzata dal European
Liberal Forum
con il sostegno della Fondazione
Critica liberale, tenutosi a Villa Spalletti Trivelli il 27 novembre
2008.
(August 2010 expansion and updating in English of this contribution here)
Di una riflessione non schematica sulle politiche sanitarie in Europa, e soprattutto in Italia, c’è bisogno più ancora che in altri campi, perché una materia così complessa, e che non si presta ad essere ridotta negli schemi entro cui si dibattono altre politiche sociali, è ostaggio da anni di un dibattito rozzo, nel quale ciascun gruppo di interesse e di pressione ha sviluppato una capacità quasi diabolica di presentare il proprio particolare punto di vista come quello meglio capace di identificarsi con l’interesse pubblico: classe politica, partiti, amministratori di nomina politica, burocrazie, sindacati, categorie professionali e loro sottogruppi, organizzazioni imprenditoriali o cooperative, attori variamente qualificati come no-profit, organizzazioni religiose o affaristico-religiose.
Questo gioco riesce facilmente, dato che la
materia è
oggettivamente complicata, e un ragionamento non banale che la riguardi
richiede uno sforzo di attenzione da parte dell’interlocutore
che travalica
largamente i due/tre minuti scarsi di attenzione che il telespettatore
medio è
disposto a concedere prima di porre mano al telecomando per cercare
qualcosa di
più rilassante o che, confortandolo nella conferma dei
luoghi comuni acquisiti,
lo rassicuri nella presunzione di essere già dotato delle
nozioni necessarie e
sufficienti a orientarsi fra gli schemi di offerte politico-ideologiche
che
suppone di padroneggiare.
E se tale è la condizione del cittadino medio quando non ha immediato bisogno di usufruire dei servizi sanitari, gli utenti della sanità – pazienti o clienti che dir si vogliano – trovandosi in condizioni di massima debolezza e di minima informazione in mani altrui nel momento in cui hanno bisogno di cure, tendono naturalmente a farsene un’idea solo attraverso il filtro interpretativo che ne fornisce l’operatore sanitario individuale, fra quelli con cui entrano in contatto, con cui stabiliscono il più alto grado di sintonia e di empatia; ma in genere non dispongono minimamente di un quadro complessivo del funzionamento del sistema, e soprattutto dei suoi costi e della sua relativa efficienza o inefficienza in relazione ai costi.
Spesso però non ne dispongono nemmeno i
loro immediati
interlocutori. Anzi, in un sistema basato innanzitutto sul principio
–
sacrosanto e da difendere e attuare alla lettera, ma il cui
soddisfacimento non
cade dal cielo – secondo cui ogni necessità in
materia di salute va
soddisfatta, perché la salute individuale è un
diritto soggettivo perfetto di
rango costituzionale, tutti gli attori della sanità, salvo
quelli obbligati a
fornire le risorse finanziarie e quelli obbligati a fornire il servizio
facendo
quadrare i conti, tendono a sottovalutare largamente il problema dei
costi e
della loro sostenibilità nel lungo periodo, e spesso non
solo nel lungo
periodo.
Quel
che gli economisti chiamano
“azzardo morale” non è solo
l’atteggiamento di cui si rende responsabile, in
genere con scarsa o nulla consapevolezza soggettiva, l’utente
che tende ad
usufruire perfino oltre le proprie necessità e il proprio
vantaggio di
qualunque prestazione gli sia fornita gratuitamente, ma anche un
atteggiamento
largamente condiviso dai soggetti che gli forniscono direttamente le
prestazioni, quando anch’essi non siano, come spesso non
sono, consapevoli dei
costi e quando non siano consapevoli che le risorse per farvi fronte
sono
sempre, per definizione, risorse limitate e sempre scarse rispetto ai
bisogni.
Il
rozzo dibattito abituale, in
Italia ma non solo in Italia, prevede che si possano discutere in
sostanza due
sole alternative: una privatizzazione della sanità
identificata tout court
con la quasi totale deregulation
propria del modello americano da una parte, e la
difesa a oltranza dell’esistente, salva qualche magari
condivisibile ma
marginale proposta di rattoppo dall’altra.
Eppure
vi sono ragioni oggettive che
imporranno, anzi stanno già imponendo, mutamenti che, se non
governati,
provocheranno prima che non si pensi un progressivo tracollo del
sistema
vigente: i progressi tecnologici – di cui, una volta che
siano stati raggiunti,
tutti ovviamente vogliono poter usufruire –
l’aumento dell’aspettativa di vita
– che ne è in parte conseguenza, ma che comporta
un ulteriore inevitabile
aumento dei costi – e la mutata composizione della piramide
demografica, che,
nonostante l’apporto decisivo e benefico degli immigrati,
porterà
inevitabilmente ad un aumento della platea dei fruitori e a una
diminuzione di
quella dei pagatori netti dei costi. In queste condizioni, tra
l’altro,
diventerà sempre più improbo investire nella
ricerca, in uno dei campi più
rilevanti della competizione economica internazionale dei prossimi
decenni,
anche per quei paesi europei che, a differenza dell’Italia,
non vi hanno ancora
rinunciato del tutto.
Queste ragioni rendono già oggi sempre meno possibile mantenere la promessa di effettiva e tempestiva copertura universale dei bisogni propria del modello sociale europeo e ormai considerata parte dello stesso patto costituzionale. Anche per l’impossibilità di incrementare senza limiti la spesa, cioè alla fine la pressione fiscale, in un contesto internazionale di apertura dei mercati, l’efficienza economica del sistema è sempre più condizione della sua sostenibilità.
I costi di una
gestione politico-partitica e monopolistica del sistema,
strutturalmente meno
interessata e poco capace di efficienza economica, si traducono infatti
in uno
sforzo di contenimento della spesa che viene di fatto perseguito
attraverso un
progressivo taglio strisciante delle prestazioni, in Italia in massima
parte
neppure dichiarato. Un taglio che non consiste affatto soltanto nella
limitazione delle prestazioni garantite ai dichiarati livelli
essenziali di
assistenza, ma che si produce rendendo di fatto inservibili le
prestazioni
garantite, a causa dei lunghi tempi di attesa, e spesso attraverso il
tentativo
non dichiarato di limitarle nei confronti dei soggetti meno capaci di
pretenderle, perché privi dei mezzi non soltanto economici
ma anche culturali
necessari per comprendere che e come possono pretenderle e con quale
ampiezza di
libertà individuale di scelta: libertà spesso
garantita giuridicamente, ma il
cui concreto esercizio viene non di rado sconsigliato da chi ha certo
una
competenza ben maggiore del fruitore, ma non sempre ne condivide
interessi e
priorità.
Pressoché ovunque, e sia pure con notevoli differenze fra le diverse regioni (e ovviamente con le eccezioni dovute alla dedizione personale e inabituale di singoli individui capaci di coltivare standard di correttezza più esigenti, che non sono mai del tutto assenti, nella politica come nell’amministrazione, neppure nelle situazioni di maggiore degrado), la gestione politica diretta della sanità italiana, oggi essenzialmente nelle mani degli assessorati regionali e dei direttori delle Asl, si è dimostrata per nulla o scarsamente capace o intenzionata a far fronte alle pressioni diffuse di carattere elettorale, clientelare, territoriale, corporativo, in qualche caso estremo perfino di carattere strettamente malavitoso e mafioso, che si sono tradotte in inevitabili e smisurati sprechi di denaro pubblico.
Il frequente tentativo di ricreare artificiosamente in capo ai direttori delle Asl, o talvolta agli stessi medici di base, un meccanismo analogo a quello del profitto privato, garantendo loro premi di produzione, ma solo, o comunque prioritariamente, in funzione del contenimento della spesa, è stato un ulteriore incentivo al taglio non dichiarato delle prestazioni ai danni esclusivi dei cittadini incapaci di difendersi.
In alcune regioni la spesa sanitaria è andata comunque totalmente fuori controllo, portando le stesse amministrazioni regionali sull’orlo della bancarotta, almeno fino agli inevitabili salvataggi statali che presumibilmente non mancheranno ancora una volta in occasione delle tornate elettorali, e in ragione dei loro risultati (e sarà curioso vedere come questi salvataggi, del resto abitualmente effettuati anche a vantaggio di enti territoriali amici, saranno giustificati nel prossimo futuro dai sostenitori del “federalismo fiscale” – ma la generalità del pubblico non direttamente coinvolto per ragioni corporative non ne verrà neppure a conoscenza, così come quasi nessuno è ad esempio a conoscenza del ripetuto salvataggio statale sardanapalico del Comune di Catania).
Mantenimento in vita di strutture di dimensioni irrazionali o in condizioni irrecuperabili, assunzioni pubbliche clientelari, creazione di reparti e strutture direzionali inutili, moltiplicazione delle burocrazie, favoritismi nei confronti dei propri clienti politici e intromissioni nella corretta gestione economica di aziende pubbliche – e perfino private convenzionate – sono quasi ovunque, anche se in misura molto diversa da luogo a luogo, piuttosto la norma che l’eccezione.
Anche a
voler tacere dei casi di vera e propria corruzione, che spesso hanno
fatto
della sanità il canale privilegiato di finanziamento
illegale della classe
politica e dei partiti, questa realtà è in larga
misura la conseguenza
inevitabile della gestione politico-partitica monopolistica del mercato
sanitario, specie da parte di una classe politica e dirigente
precipitata, soprattutto
negli ultimi decenni, al di sotto di ogni possibile standard
occidentale in
materia di etica pubblica (per la verità senza provocare
grandi sobbalzi in
un’opinione pubblica in parte assuefatta, in parte
rincitrullita
dall’imbonimento mediatico e televisivo per lo
più pienamente asservito
alla politica e ai suoi padroni, e in buona parte connivente con una
classe
politica con cui condivide standard di etica pubblica da tempo non
più
occidentali).
In queste condizioni, il sostanziale monopolio degli acquisti dei servizi sanitari garantiti ai cittadini attualmente attribuito a rappresentanti diretti dell’attuale sistema politico-partitico nelle regioni e nelle Asl non può non essere visto come un elemento essenziale di quell’intreccio fra politica e affari, di quella commistione fra poteri che, riducendone il carattere poliarchico, rende la società italiana la meno “aperta” dell’Europa occidentale. Né vale l’obiezione di mero principio secondo cui, dato che la salute è un bisogno primario, il settore necessita per questo di una regolamentazione capace di sottrarla interamente, come si dice, alla “logica del profitto”: anche l’alimentazione è un bisogno primario, ma sottrarre alla “logica del profitto” la produzione e la distribuzione degli alimenti non ha giovato certo, dove si è provato a farlo, a un migliore soddisfacimento dei bisogni alimentari.
Vi è infatti un aspetto specificamente, o almeno
soprattutto,
italiano, nel dibattito sulla
gestione politica della sanità, che non può
essere considerato secondario o trascurabile. A dispetto della
rassicurante immagine
che ne viene proposta a fini di
propaganda interna da un’informazione
nazionale quasi tutta
intrecciata o pilotata
dalla
politica nelle sue espressioni più influenti, in
questi anni di profondo e crescente imbarbarimento civile,
l’Italia
è un paese in
caduta libera nel campo dell’etica pubblica e nel degrado
istituzionale. Nella classifica della
corruzione elaborata annualmente da Transparency International
è ormai precipitata al 63° posto (peggio di Malesia
e Namibia); è caduta parimenti al 49° posto nella
classifica che misura la libertà e l’indipendenza
dei media
elaborata ogni anno da Reporters sans Frontières (peggio di
Giamaica e Ghana). È quanto
meno grossolanamente ingenuo, in queste condizioni, illudersi
di poter garantire efficienza
delle
prestazioni, oculatezza della spesa, correttezza, trasparenza e
priorità
dell’interesse pubblico, mantenendo nelle
mani della
classe
politica regionale, cioè di una classe politica perfino
più squalificata di quella centrale (fatte salve, giova
sempre
ripeterlo, le solite eccezioni individuali), e molto meno di quella
sottoposta a un controllo diffuso da parte di mezzi di
informazione minimamente
indipendenti e autorevoli, il
potere diretto o indiretto di effettuare le nomine di vertice
manageriali
e sanitarie, di pilotare assunzioni inevitabilmente spesso clientelari,
di concedere o negare
accreditamenti e convenzioni, di distribuire appalti miliardari, di
disporre
complessivamente di una spesa annuale pari a circa 110
miliardi di euro: dovendo operare una miriade di decisioni
puntuali e
specifiche, in gran parte largamente discrezionali e non sottoponibili
a un capillare controllo pubblico. Una spesa per
poter controllare e valutare la cui congruità ed efficacia
servirebbero legioni di controllori tutti integerrimi e dotati di vaste
competenze multidisciplinari e multispecialistiche in campo medico,
farmaceutico, bioingegneristico, economico,
logistico, giuridico, amministrativo, sociologico.
Nell’Italia dei nostri giorni (e nel contesto culturale e civile degradato e privo di anticorpi in cui ormai da anni si stanno formando già due generazioni di classi dirigenti future) non ha alcun senso storico e politico attendersi una generale o almeno prevalente correttezza gestionale da parte di questa classe politica, né ha senso chiedere che a farsi da parte siano “i partiti” ma non “la politica”, quasi che i partiti fossero i protagonisti della malversazione perché e in quanto mostruose entità impersonali dotate di un’intrinseca nequizia propria, anziché risultanti della volontà e dell’attività di quegli individui concreti che sono i politici regionali e i loro fiduciari rappresentanti e clienti, eletti e nominati nelle venti regioni, nelle 185 Asl e nelle 95 aziende ospedaliere. Ed è ancor più grossolanamente ingenuo confidare nell’efficacia del mero controllo democratico da parte di un corpo elettorale inevitabilmente incompetente, distratto, disinformato e sistematicamente raggirato da un’informazione largamente asservita alla politica – e, anche quando si tratta di media magari meno influenti ma effettivamente indipendenti, a sua volta facilmente depistabile dai più vari e insospettabili gruppi d’interesse o di tendenza organizzati.
Proposte di riforma che non tengano conto dello stato prevalente dell’etica pubblica, della corruzione diffusa o anche soltanto del normale uso clientelare della discrezionalità amministrativa, o perfino della sola fisiologica inefficienza economica e scarsa reattività della macchina amministrativa pubblica, delle sole stesse asimmetrie informative, inevitabilmente enormi in questa materia, e delle relative e strutturali deformazioni percettive che queste comportano, o che scommettano sulle capacità di autoriforma della politica in questo campo, sono tutte, e prima di tutto, radicalmente prive di realismo.
***
D’altra
parte, il solo modello di
privatizzazione dei servizi sanitari preso in considerazione dal rozzo
dibattito pubblico corrente, quello vigente negli Stati Uniti, appare
non a
torto alla maggior parte degli europei, italiani inclusi, un rimedio
peggiore
del male. Il divertente film di Michael Moore
“Sicko” apparso nel 2006, se
aveva il torto di non porsi neppure il problema dei costi della
sanità europea (e
perfino di prendere sul serio la presunta efficienza della
sanità cubana), ha
ben fotografato però il fallimento del modello americano,
basato sulla “libera”
contrattazione individuale fra singoli individui e compagnie private di
assicurazione.
Il
sistema americano è bensì capace
di assicurare agli Usa il conseguimento di risultati di eccellenza e un
incontrastato primato nella ricerca, ma non si pone
neppure l’obiettivo di
garantire un’adeguata copertura sanitaria alla
generalità dei cittadini della
più potente nazione del pianeta.
In questo senso,
è persino meno economicamente
efficiente di tutti i sistemi sanitari dei paesi dell’Europa
occidentale in
termini di rapporto fra costi e benefici, almeno per quel che riguarda
la
tutela della salute della popolazione (quanto meno, non
è in termini di
risultati conseguiti in fatto di attuale ed effettiva tutela del
diritto alla
salute della popolazione che si può valutare
l’efficienza
del sistema
americano). Gli
americani spendono per la sanità il 15.9 % del loro prodotto
interno lordo, la
più alta percentuale al mondo,
molto più di tutti gli europei occidentali.
Per fare un raffronto, nell’Ue
quelli che spendono di più sono i francesi, con
l’11.1, seguiti dai tedeschi
con il 10.7 (l’Italia spende per la sanità
l’8.9 % del suo Pil; la media
nell’Eurozona è del 9.6, inferiore quindi ai due
terzi di quel che spendono gli
americani). Molti dei centri di ricerca medica più avanzati
al mondo sono
americani. Ma più
di 40
milioni di americani non dispongono di alcuna copertura assicurativa
sanitaria,
e usufruiscono al massimo di quel che viene loro offerto dalle
organizzazioni
caritative.
Così gli Usa sono appena al 41° posto per
aspettativa di vita: i cittadini di
tutti i principali paesi dell’Europa occidentale (inclusa
l’Italia, che è al
13° posto) vivono più a lungo degli americani. La
mortalità infantile negli Usa
è del 6.3 per mille nel primo anno e del 7.8 entro i primi
cinque (in Italia,
fra i peggiori dell’Eurozona, siamo rispettivamente al 5 e al
6.1; i migliori
nell’Ue sono gli svedesi, con il 3.2 e il 4).
Le
ragioni di questo risultato,
inaccettabile dal punto di vista europeo, sono ben conosciute. In un
sistema
basato sulla contrattazione individuale fra una compagnia assicurativa
privata
e il singolo cittadino opera il meccanismo della “selezione
avversa”: la
compagnia di assicurazione privata è massimamente
interessata ad acquisire come
clienti proprio quegli individui, giovani e sani, che statisticamente
le
costeranno meno, ma che proprio per questo hanno anche meno bisogno
degli altri
di una copertura assicurativa sanitaria; a questi assicurati, in caso
di
incidenti imprevisti, sarà spesso effettivamente garantito
un trattamento di
eccellenza (come spesso accade anche agli stranieri che stipulano un
contratto
di assicurazione sanitaria temporanea attraverso le agenzie di viaggio
quando
si recano negli Usa). Proprio coloro che maggiormente avrebbero bisogno
di
un’assicurazione sanitaria – gli individui affetti
da patologie croniche o
ricorrenti o quelli più anziani o comunque a rischio
– sono invece i clienti di
cui le compagnie di assicurazione private desiderano fare a meno.
Di
qui non solo il rifiuto o
l’insostenibilità del costo delle polizze per i
cittadini appartenenti a queste
categorie, ma anche l’inevitabilità di veri e
propri imbrogli reciproci. Da un
lato le compagnie fanno sottoscrivere “contratti di
adesione” infarciti di
clausole vessatorie, spesso di impossibile interpretazione da parte dei
non
addetti ai lavori, destinate a lasciare gli ignari assicurati senza
copertura
per molte patologie anche gravi e invalidanti. D’altro canto
è altrettanto
evidente che un sistema del genere spinge anche chi vuole sottoscrivere
una
polizza a simmetrici comportamenti truffaldini: in buona sostanza, a
nascondere
lo stato effettivo della propria salute al momento della stipulazione
del
contratto o a mentire sui fattori di rischio. Di qui la
necessità di un numero
enorme di esami medici preliminari alla stipulazione del contratto,
esami
spesso inutili o perfino dannosi per l’interessato, ma
necessari nell’esclusivo
interesse della compagnia di assicurazione: esami il cui costo
complessivo è
ovviamente a carico dell’intera platea degli assicurati e che
fa volare alle
stelle il costo complessivo della sanità negli Usa.
A questi costi aggiuntivi del sistema, inutili alla tutela della salute degli individui, si sommano quelli dell’immenso contenzioso legale conseguente alla propensione delle compagnie, in assenza o quasi di regolatori pubblici, a pagare meno prestazioni possibile, talvolta anche sterilizzando la concorrenza attraverso accordi di cartello, ovviamente difficili da scoprire per consumatori e inquirenti, che concorrono a far aumentare ulteriormente la spesa.
E si sommano, inoltre, gli enormi
costi
propagandistici e lobbistici miranti – finora con successo
– a indurre la
maggioranza degli americani e i loro rappresentanti politici a
conservare in
vita senza sostanziali modifiche un sistema così
irrazionale, iniquo e
inefficiente: costi, anche questi, a carico dei clienti delle compagnie
assicurative.
Anche
la previsione di programmi
federali di copertura sanitaria a vantaggio degli anziani e dei
più indigenti (Medicare e
Medicaid)
e dei veterani di guerra non
compensa questi svantaggi e non preserva la sanità americana
né dai suoi costi
enormemente più elevati di quelli europei né
dalla sua profonda iniquità
sociale: solo per fare un esempio, si pensi al caso dei minori figli di
famiglie
svantaggiate e privi di copertura, ai quali non si può
neppure applicare
l’argomento, tipico del più spinto darwinismo
sociale, secondo cui ciascuno
deve sempre essere considerato responsabile della propria sorte
indipendentemente dalle differenze nelle opportunità che gli
sono state
offerte. Eppure l’enorme influenza economica e lobbistica
delle compagnie di
assicurazione sulla politica americana è finora riuscita
perfino ad impedire un
ampliamento della copertura federale a vantaggio dei minori in
condizioni
disagiate; e l’ultimo tentativo in questo senso in ordine di
tempo da parte del
Congresso è incorso in un veto del Presidente Bush Jr.
Si
aggiunga infine che l’intero
sistema basato sulla contrattazione individuale fra singolo assicurato
e
compagnie private è destinato a diventare sempre
più iniquo in conseguenza
degli sviluppi della medicina predittiva: se la mappatura del genoma
individuale consentirà in futuro una sempre più
precisa individualizzazione del
rischio, sarà lo stesso carattere mutualistico del principio
assicurativo a
venir meno. L’individuo destinato al rischio di sviluppare
una malattia
costosa, magari incurabile, non solo non potrà contrarre
alcuna assicurazione
destinata ad alleviarne almeno le conseguenze, ma sarà anche
inutilmente e
necessariamente messo nella condizione angosciosa di dovere conoscere
la
propria infelice sorte con anni o decenni di anticipo, senza poter fare
poi
nulla per impedire l’evento.
Si noti che, anche nei sistemi sanitari europei, Italia compresa, la stessa sola limitazione dichiarata delle prestazioni ai livelli essenziali di assistenza che, per esempio in Italia, le regioni sono obbligate a garantire (a tacere cioè del già menzionato fenomeno dei tagli striscianti e non dichiarati di prestazioni dovute) – livelli presumibilmente destinati, rebus sic stantibus, a subire importanti compressioni in futuro – comporterà inevitabilmente e sempre più un ricorso individuale a coperture sanitarie integrative, limitatamente alla parte non garantita dal servizio pubblico, ma non per questo meno necessaria ad assicurare tollerabili condizioni di vita. Il rischio, per conseguenza, è di restare soggetti agli inconvenienti propri di entrambi i sistemi: sprechi clientelari, corruzione, costo della politica e della burocrazia si sommeranno sempre più a quelli dovuti al meccanismo della “selezione avversa”.
***
Se
da anni tutti i paesi europei
sono alle prese con il tentativo di preservare il sistema basato sulla
copertura universale escogitando rimedi che per lo più
costituiscono rattoppi
destinati a rivelarsi insufficienti nel lungo termine,
l’esperimento di riforma
più intelligente e originale è venuto a nostro
avviso dalla riforma olandese
del 2006.
La
riforma olandese non ha affatto
rimesso in discussione il modello sociale europeo, di cui una copertura
sanitaria universale, disponibile e accessibile a tutti, è
un pilastro
essenziale. Al contrario, ha posto le premesse perché tale
copertura possa
essere garantita con maggior sicurezza anche in futuro, abolendo in
radice tutti
i costi dell’intermediazione politica sulla gestione diretta
dei servizi
sanitari, e promuovendo sì una privatizzazione
pressoché totale del sistema,
tanto di quello assicurativo quanto di quello delle prestazioni, ma
attraverso
una strettissima regolamentazione che, lungi dal compromettere il
corretto
funzionamento dei meccanismi di mercato, ne consente al contrario
l’effettiva
esistenza, in un settore in cui è proprio il semplice
affidarsi al laissez faire,
per le
ragioni che si sono dette, ad impedirne il funzionamento. In Olanda si
sono
poste le regole necessarie per lo sviluppo di un’effettiva
concorrenza e per il
massimo possibile contenimento dei costi e la responsabilizzazione di
tutti gli
erogatori delle prestazioni.
La riforma prevede un sistema di assicurazione privata obbligatoria e universale per tutti i residenti nei Paesi Bassi, e al tempo stesso l’obbligo di contrarre osservando la parità di trattamento e di condizioni da parte delle compagnie assicurative che offrono polizze di assicurazione sanitaria.
Vengono così esclusi gli
esami clinici
inutili o dannosi, e i costi e le iniquità propri della
selezione avversa. Il
contenuto delle prestazioni di base è definito dalla legge.
Il premio è
costituito da una parte fissa (parte nominale), uguale per tutti gli
assicurati
e pagata direttamente all’assicuratore, e da una parte
determinata in
proporzione al reddito, che è ridistribuita dallo Stato fra
le compagnie di
assicurazione, al fine di compensare gli squilibri finanziari derivanti
dall’obbligo di contrarre con chiunque ne faccia richiesta
indipendentemente
dalle condizioni di salute: è così che viene
mantenuto il principio
mutualistico universale nella ripartizione dei costi. Sono esenti dal
pagamento
del premio i minori e in proporzione al loro reddito le persone in
condizioni
disagiate. Le compagnie assicurative non possono fissare per la parte
nominale
del premio un costo superiore o inferiore a una modesta percentuale di
quello
stabilito annualmente dallo Stato per le prestazioni di base (1051 euro
per il
2007), ma possono competere liberamente nell’offerta di
polizze integrative
alle prestazioni di base (che possono includere cure dentistiche,
fisioterapia
e protesi oculistiche anche per gli adulti, o anche medicine
alternative e
chirurgia estetica, e che sono abbastanza convenienti da essere
sottoscritte da
più del 90 % della popolazione). Le compagnie possono
scegliere i fornitori
presso cui acquistare i servizi sanitari – e in questo caso
ovviamente saranno
mosse, a differenza dalla politica, esclusivamente dal rapporto
qualità-prezzo
offerto dai fornitori delle prestazioni – o possono
consentire agli assicurati
di scegliere liberamente la struttura (così è
finora per lo più accaduto). Gli
assicurati possono scegliere fra i diversi prodotti assicurativi e
hanno il
diritto garantito dalla legge di cambiare ogni anno assicurazione senza
alcun
costo aggiuntivo. Hanno anche diritto al rimborso delle cure effettuate
all’estero, entro i limiti della spesa prevista per le stesse
prestazioni erogate
in Olanda.
I
primi due anni di funzionamento
del nuovo sistema olandese hanno dato ragione ai promotori di questa
riforma
che, nonostante i suoi caratteri profondamente innovativi, è
stata anche
apprezzata fin dall’inizio dalla larga maggioranza degli
olandesi. Conterà
ovviamente molto nel futuro l’efficacia della vigilanza sulla
concorrenza fra
assicuratori e sulla qualità delle prestazioni erogate,
nonché la qualità, la
diffusione e la disponibilità dell’informazione a
disposizione del pubblico.
Per ora comunque poco più dell’1 % dei cittadini
olandesi ha violato l’obbligo
di assicurarsi, sanzionato con una multa pari al 130 % del costo della
polizza
base: si tratta in larga misura della minoranza di cristiani
fondamentalisti
estremisti che ritiene di non doversi curare perché le
malattie sono volontà di
Dio; la stessa componente della popolazione che abitualmente rifiuta
anche le
vaccinazioni obbligatorie e gratuite.
La riforma olandese ha finora dimostrato che è possibile evitare al tempo stesso gli sprechi e i rischi di malversazione e di abuso tipici della gestione politico-partitica della sanità e le diseconomie e le iniquità proprie della totale deregolamentazione della sanità all’americana.
Dal nostro punto di vista di liberali ha anche il merito non piccolo di ricordare ancora una volta che libero mercato non è puramente sinonimo di laissez faire e che quest’ultimo non è sinonimo di liberismo, né tanto meno di liberalismo.
***
Siamo abbastanza realisti per non farci alcuna illusione. Sappiamo bene che in Italia, prima di convincere la politica e le corporazioni interessate a mollare l’osso, bisognerà arrivare sull’orlo del collasso finanziario definitivo e irrimediabile dell’intero sistema.
E tuttavia il compito di piccoli think tanks
come il nostro, liberi anche perché
senza potere e senza agganci con il potere che conta, è
proprio quello di
proporre alla discussione, magari anche futura, soluzioni che la
politica – e
soprattutto una politica di infimo livello in Europa come quella
italiana,
guidata da demagoghi e fuorilegge o da inetti followers
a rimorchio dei sondaggi piuttosto
che da leader e gruppi dirigenti responsabili – non ha la
forza o la volontà di
prendere in considerazione finché non vi è
ineludibilmente costretta dalla
forza coercitiva dei fatti: in questo caso, dalla decrescente
sostenibilità nel
tempo dei costi del sistema sanitario vigente e
dall’impossibilità politica di
tagliare oltre un certo limite le prestazioni.

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